sabato 22 settembre 2012

Albergatori 2.0


Ripropongo integralmente l'articolo da me scritto in inverno e pubblicato su Isole di Toscana magazine 2012, a beneficio dei colleghi albergatori toscani che me ne hanno fatto esplicita richiesta. In questo momento di crisi economica, facciamo leva sulle proverbiali capacità creative, empatico-comunicative  ed organizzative del made in Italy!

Se non ora, quando? Se non qui, dove? Se non noi, chi ?

 

Albegatori 2.0

Capaci e comunicativi, i giovani alla guida delle strutture ricettive

 
 Il mestiere dell’albergatore è uno dei più interessanti, sotto il profilo relazionale, ma anche dei più difficili da affrontare, per la complessità dei saperi che convergono nel settore dell’accoglienza. Questo è tanto più vero nella realtà elbana, dove le aziende sono di dimensioni medio-piccole e la gestione per lo più famigliare. In questo caso l’albergatore deve dotarsi di un know-how molto variegato: si spazia dalla gestione delle risorse umane alla conoscenza delle principali leve del marketing dei servizi, dalla normativa alla contrattualistica, dall’organizzazione del front-office alla programmazione degli interventi di manutenzione della struttura…In altre parole ci si trova a passeggiare su di un campo minato in cui è molto difficile improvvisare! Nella stessa figura si condensano: doti manageriali e tecniche, espressioni creative e capacità comunicative, impegno, umiltà, gentilezza e passione! Il panorama isolano è costellato di numerosi buoni esempi in proposito. Ho avuto il piacere di confrontarmi con molti nuovi albergatori come me, chi più avanti o indietro con l’età, ma tutti dotati della medesima sensibilità e cultura del fare con passione un mestiere, che è allo stesso tempo uno stile di vita, appreso dai genitori o addirittura dai nonni. Sull’isola, come nel resto del Paese, stiamo assistendo ad una fase di  avvicendamento generazionale nella gestione delle attività. Questo “salto”, che coincide con la diffusione delle reti informatiche e di nuovo modo di fare mercato e comunicare (Web 2.0), fortunatamente è accompagnato dalla presenza di giovani capaci con un livello di istruzione medio-alto. Per redigere l’articolo ho intervistato un campione ristretto di dieci colleghi. Dal quadro generale emerge che la maggior parte degli albergatori hanno cominciato a lavorare in azienda fin da piccoli, facendo “gavetta” nei ruoli più disparati in accordo con l’età e respirando fin da subito le dinamiche del mestiere, ed ancora oggi sono talvolta assecondati e guidati dai genitori. Magari non tutti hanno scelto liberamente l’attività, ma sono in un certo senso stati avviati per una sorta di condizionamento implicito dei genitori, un obbligo morale verso un bene di famiglia, oltre che per ovvie ragioni di opportunità economica! Gli albergatori mediamente conoscono 2 lingue straniere ciascuno ed hanno frequentato corsi specifici di marketing e management, anche se non di recente. In ogni caso si sono dotati tutti di nuove forme di comunicazione peer to peer, attraverso la creazione di una pagina almeno sul social network facebook. La partecipazione alla Fiere è ritenuta poco efficace, se non addirittura superflua. Tutti fanno manutenzione e lavori invernali per rinnovare e presentare al meglio la propria attività nella stagione estiva e si concedono le ferie nei mesi di novembre-dicembre. Investire in innovazione tecnologica ed offerta di servizi è necessario, tanto più in questi anni di crisi economica: solo mettendosi in gioco si rimane in scia con il mercato. Tra i problemi più penalizzanti del fare turismo all’Elba, oltre le annose questioni dei trasporti aerei (assenti) e marittimi (costosi), essi segnalano la carenza di servizi interni di trasporto su gomma, l’incuria di sentieri e spiagge, la mancanza di programmazione efficace da parte di enti pubblici e privati. La stagionalità è ancora ferma ai 6 mesi da Pasqua ad Ottobre, più per assicurare i sussidi di disoccupazione ai lavoratori che non per reali necessità e presenze turistiche sull’isola. Le risorse umane vengono gestite in clima costruttivo con approcci prevalentemente di tipo comunicativo e cooperativo, anche perché nella maggior parte dei casi il personale è costituito da lavoratori fidelizzati che conoscono l’ambiente, hanno fatto diverse stagioni ed ormai sono formati ed adatti alle specifiche mansioni. Il turista contemporaneo ricerca emozioni, attraverso il “coinvolgimento” ed un approccio friendly. Pertanto le nuove leve sono più genuine e trasparenti nell’interfacciarsi con gli ospiti, al contrario dei genitori che, da improvvisati pionieri, dovevano costruirsi un’immagine attraverso il ricorso ad un certa formalità. Nei giovani albergatori si coglie la scintilla di una consapevolezza diversa, dettata dalla volontà di rompere con gli schemi del passato e di imporre una riflessione seria sull’identità che vogliono per la loro Elba. Per riposizionarla sul mercato come destinazione appetibile e riconosciuta.
 
Walter Tripicchio – Presidente Giovani Albergatori Elbani


 

venerdì 1 luglio 2011

Tornando sul luogo del delitto... opportunità politica o imposizione della Soprintendenza?

Due freschi articoli di Elbareport riportano l'attenzione sull'affaire Gattaia. In particolare apprezziamo la ricostruzione di esponenti di spicco delle precedenti amministrazioni di Portoferraio e dell'attuale sindaco!

venerdì 01 luglio 2011

Fratini e Fuochi ripercorrono la "storia" della Gattaia "Volevamo demolire il cubo"


Per raccogliere tutti quelli che, da destra e da sinistra, sono contrari alla costruzione in corso di una Gattaia 2 Extra Large, è stato costituito un comitato il cui indirizzo e.mail è: nogattaiacomitato@libero.it.
Si può aderire anche su Facebook cercando nogattaia comitato. Hanno cominciato ad arrivare adesioni, messaggi di incoraggiamento e solidarietà e su blog come “Camminando” si sono affacciati nuovi soggetti a trattare dell'argomento Gattaia.
Uno di questi interventi contiene un interrogativo che (anche se lo esprimerei diversamente) posso fare mio. Si chiede il signor “Zuzzy” (intervento del 23/06/2011) “Ma chi è quel coglione?” volendo capire, un po' come anch'io ho fatto negli articoli precedenti, chi ha determinato questa situazione. Per saperne di più, andando alle origini, ho posto alcune domande al sindaco che per primo ha avuto a che fare con la Gattaia al momento del suo “sdoganamento”, cioè il dott. Giovambattista Fratini. Questo è il testo dell'intervista:
Dott. Fratini,come affrontò il problema Gattaia al tempo del suo mandato?
R- Quando arrivò la notizia che quell'area era stata dismessa dalla Marina Militare e che in tempi brevi ne avremmo potuto disporre cominciammo ovviamente a ragionare sulla sua possibile sistemazione. La gente la chiamava Gattaia perchè era un luogo di sporcizia e di degrado, non vedevamo l'ora di poter fare un po' di pulizia. Ne parlammo insieme io, l'architetto Gambassi che si occupava già delle Fortezze e l'Architetto Ferretti della Soprintendenza.
D-Quale fu il risultato di quell'incontro?
R- L' Arch. Ferretti fu cauto, era necessario fare dei saggi per accertare se , malgrado i lavori prima della Tonnara e poi dell'ing, Nervi, si potessero trovare tracce della pavimentazione che nell'assetto originale delle Fortezze stava ai piedi delle mura. Se si fosse trovata sarebbe stato necessario valutare le modalità di un recupero, in ogni caso era opportuno determinare la quota a cui si trovava in origine e ricostruirci un piccolo piazzale, una specie di terrazza, invece di lasciare a prato come tutt'intorno.
D- La progettazione andò avanti?
R- Parlare di progettazione è esagerato, ancora non avevamo la disponibilità dell'area (come poi di fatto non avemmo). L'arch. Gambassi preparò uno schizzo, che probabilmente non esiste più e l'Arch. Ferretti, fermo restando che andavano fatti i saggi, si disse in linea di massima d'accordo. Ricordo con chiarezza che a quel punto gli chiesi “Ma questo cavolo di cubo lo possiamo buttare giù?” e la risposta fu “Certo”. Non era invece favorevole ad eliminare i magazzini che si affacciano sulla strada, che del resto noi pensavamo di riqualificare per servizi agli utenti del porto.
D- Quindi non c'era un parere vincolante per cui il cubo andasse mantenuto
R-Assolutamente no. Era una risposta aperta a due ipotesi: dicendomi che “potevo” abbatterlo era implicito che avrei anche potuto conservarlo, in ogni caso la Soprintendenza era tutto sommato indifferente.
D- E poi?
R- Poi arrivò un ingegnere del Demanio per trattare la vendita dell'area e ci chiese una cifra che ci sembrò esosa, intorno ai settecento milioni (eravamo ancora ai tempi delle lire). Provammo ad obiettargli che si trattava di edifici che avremmo demolito ma non volle (o forse non poteva) abbassare la cifra. Non ne facemmo di nulla. L'area venne poi acquistata dal Comune di Portoferraio al tempo della successiva amministrazione, con la Giunta Ageno-Fuochi.

Era d'obbligo a questo punto, per saperne di più, chiedere al sig Fuochi come continuarono le cose. Ecco cosa mi ha riferito:
D- Signor Fuochi,la giunta Fratini non comprò la Gattaia e la compraste Voi, giunta Ageno-Fuochi. Come andò?
R .Non fu affatto facile. Il problema più grosso per la sistemazione della Calata era la Gattaia, perché l'ufficio del Demanio a Livorno, cui avevamo inviato più volte delle richieste, non rispondeva mai. Dopo diversi mesi un funzionario ci fece sapere che era necessario rivolgerci direttamente a Roma , lo facemmo più volte senza ricevere risposta. Esasperati , quando la sistemazione del resto della Calata fu ultimata commissionammo un servizio fotografico a Hobby Foto dove si mostrava il contrasto tra la bella passeggiata a mare e il degrado della Gattaia. Ne mandammo copia al Presidente del Consiglio, al Ministro dei Lavori Pubblici e ad altre importanti autorità. Fu così che si decise a farsi vivo un funzionario, ci disse che era in corso una valutazione e in seguito ci propose l'acquisto per trecentoquindici milioni di lire. Mandammo tramite l 'architetto Maltinti una caparra di 80 milioni e accendemmo un mutuo colla Cassa Depositi e Prestiti per il rimanente. La nostra idea di sistemazione sarebbe stata sostanzialmente analoga alla proposta dell'arch. Gambassi per la giunta precedente, salvo che avremmo voluto far arretrare di quattro metri i magazzini che restringono la strada all'imbocco della Calata. Pensavamo ad una passeggiata lungo le mura che dalla Calata andasse a ricongiungersi coi giardinetti dove è scritto “Benvenuti agli ospiti” Non ebbi però occasione di parlarne con la Soprintendenza perché il dissidio col dott. Ageno era diventato insanabile e me ne andai.
D- Ha più avuto occasione di occuparsene?
R- Da consigliere di minoranza della Giunta Peria quando fu presentato il progetto di sistemazione dissi chiaramente cosa ne pensavo e non ho difficoltà a ripeterlo: che era un bel troiaio!
Fin qui per ora, arriva la mia ricostruzione. Se in epoca Fratini e probabilmente anche in epoca Fuochi la Soprintendenza era d'accordo per soluzioni ben diverse, come siamo arrivati a questo schifo? Intanto cominciano a circolare voci inquietanti su una “ristrutturazione” di Porta a Mare.
C'è chi dice che ne vorrebbero fare una terrazza -bar e che la Soprintendenza parrebbe d'accordo. Fra tre anni, quando non mancherà,speriamo, una rievocazione dello sbarco di Napoleone, potrebbe essere accolto dagli stendardi della birra Peroni o dalle bandierine del Campari. Speriamo sia solo un'allucinazione etilica, chiacchiere da bar.
Maurizio Tavanti
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Gattaia: Il punto di vista del Sindaco

Caro Direttore,
in relazione alla vicenda Gattaia, su cui si è aperto un dibattito pubblico, ritengo di poter a mia volta contribuire con una breve ricostruzione della mia esperienza personale, dopo le testimonianze di Fratini e Fuochi.
Da queste ultime è emersa una teorica disponibilità della Soprintendenza del tempo a demolire la costruzione più alta dell’immobile, quella verso il benvenuto agli ospiti.
Per quel che mi riguarda, la questione non è così inquadrabile e fu chiarita definitivamente nel 2007-2008.
Con nota del 20 dicembre 2007, indirizzata al Soprintendente Malchiodi, personalmente chiesi una precisa indicazione in proposito.
In particolare ricordai come il recupero dei volumi fosse oggetto di dura polemica politica, poiché vi era chi sosteneva che assai più proficuamente si sarebbe potuto procedere alla demolizione totale o parziale dell’immobile, riscoprendo l’antico piede della fortezza medicea. Chiesi quindi “al fine di evitare un dibattito impazzito sul recupero di tale immobile”, una “espressione di parere in ordine alla possibilità di demolire anche parzialmente il bene in oggetto”.
Con nota del 10 gennaio 2008 rispose il Soprintendente Malchiodi, precisando che –citiamo testualmente- “non si può che confermare quanto espresso in precedenza e cioè che non è pensabile di poter procedere alla demolizione del complesso denominato ‘la Gattaia’ perché, anche se la denominazione con la quale oggi è conosciuto è riduttiva e fuorviante, siamo in presenza di un brano che costituisce parte integrante delle addizioni lorenesi alle Fortezze Medicee. Si tratta inoltre di prendere atto che la ventilata demolizione lascerebbe mutilata la porzione inferiore del Bastione della Cornacchia, con tutte le problematiche che ne conseguirebbero”-
La risposta del Soprintendente non lasciò adito a dubbi. Comune e Provincia hanno fatto, quindi, la migliore scelta possibile in rapporto alle circostanze, per quanto il primo cantiere, per varie problematiche, abbia proceduto in maniera piuttosto farraginosa.
Va peraltro ricordato un aspetto curioso. La questione fu affrontata qualche tempo fa dal Gruppo Consiliare Gente Comune, che, non convinto della letta, riletta e citatissima corrispondenza intercorsa con la Soprintendenza, attraverso l’On. Barani, interpellò il Ministro dei Beni Culturali Bondi.
Per esso rispose il sottosegretario Francesco Giro. Ecco, qua di seguito, l’ottima sintesi fatta da TE-News della risposta del sottosegretario:
“ Andranno avanti i lavori della Gattaia, all’ingresso della Calata e sarà terminato il progetto previsto dalla Provincia di Livorno insieme al comune di Portoferraio, al Bastione della Cornacchia. In pratica è stata questa la risposta del sottosegretario del ministero per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Maria Giro, all’interrogazione presentata in merito dal deputato Pdl Lucio Barani su sollecitazione del gruppo consiliare comunale, Gente Comune. Nell’interrogazione di Barani, discussa ieri mattina alla Camera, si chiedeva, come da tempo fa il gruppo consiliare Portoferraiese di non prevedere nuove costruzioni a ridosso delle Fortezze. Già però, come ha ricordato lo stesso sottosegratrio, la Sorprintendenza aveva escluso questa ipotesi, fissando precisi parametri per la costruzione della nuova struttura, che provvederà a monitorare costantemente. Una costruzione, come ha precisato sempre il sottosegretario, che risulta utile alla stabilità delle stesse fortezze medicee e a evitare cedimenti”.
Così abbiamo anche chiarito al Sig. Tavanti che non sono io che penso che gli ubriachi reggano i lampioni. Un caro saluto.

Roberto Peria


domenica 29 maggio 2011

Una pausa di riflessione per la Gattaia..

Ospito volentieri l'intervento del Sig. Tavanti, apparso su Teletirrenoelba Sabato 28 Maggio 2011.
E' evidente la contrarietà di buona parte della cittadinanza al progetto di recupero della Gattaia. Il tanto decantato (dalla attuale Giunta Comunale) principio di partecipazione dei portoferraiesi alla cosa pubblica è andato a farsi benedire.. Poche voci oramai hanno ancora la forza di levarsi dal coro, contro un ennesimo scempio ai danni della città!

La circostanza del 150 anniversario dell'Unità d'Italia ci induce a varie riflessioni, non solo di segno positivo. E' bene esser chiari, siamo italiani dalle Alpi alle Madonie, non ci venga in mente di sogghignare parlando degli abusi edilizi nella Valle dei Templi di Agrigento o dei restauri col cemento a vista a Pompei, lasciando intendere che le popolazioni di laggiù abbiano, per i loro edifici storici e la loro eredità culturale, una sensibilità diversa o inferiore alla nostra. Se così  fosse, forse  festeggeremmo i centocinquant'anni demolendo finalmente i resti di un abuso di fine '800, divenuto poi proprietà militare, che finalmente è tornato disponibile. Se fossimo sensibili e informati vorremmo che le mura di Cosmopoli, vanto della nostra città, potessero tornare a mostrarsi nella loro imponenza e che si potesse passeggiare con agio all'ingresso della Calata, ora imbottigliato da tutti quei parassitari magazzinetti.
Se  davvero avessimo  coscienza del valore e della bellezza dei nostri edifici storici non lasceremmo che, proprio dove inizia la Calata, addosso alle Mura  si costruisse oggi un brutto parallelepipedo grigio di cemento e vetro che sembra una Cappellona funebre extra large. Sarà interessante vedere quanti, fra i passanti maschi, arrivando nei pressi si metteranno la sinistra in tasca per una scaramantica toccatina agli attributi. Attributi che come si sa, sono un requisito essenziale  per diventare padri e anche, in senso metaforico, per riconoscere la paternità delle proprie creature. Attributi che evidentemente mancano a qualcuno o a tutti i presunti padri di questo scempio. Una ventina di giorni fa su Elbareport chiedevo al signor sindaco dottor Peria e ai funzionari della Soprintendenza di Pisa dottoressa Martinelli e architetto Ferretti, a coloro cioè cui è variamente attribuita questa bruttura,  che qualcuno avesse il coraggio di dire “sono stato io? Il cerino è ancora sospeso per aria e tutto tace. Tutto tranne il martello pneumatico. Negli ultimi giorni le tracce che corrispondevano al tetto della “Gattaia” e a quello del precedente magazzino della Tonnara (l'abuso originale) sono state approfondite e allargate e le mura  sono state raschiate, forse per intonacare per benino le stanzette che ci ricaveranno. Altro che restauro conservativo! Lasciamo da parte le considerazioni sull'opportunità di ricostruire una superfetazione deturpante, ma  un intervento del genere avrebbe almeno dovuto essere reversibile, se proprio volevano costruire potevano farlo senza intaccare l'esistente. Questo procedere in questa fase, quando la necessità di questo intervento è venuta meno (la regione, come è noto, ha eliminato come inutile l'Azienda a cui era destinato l'immobile) sta diventando addirittura sospetto. Perché, viste le molte contrarietà che si stanno manifestando, la giunta non si prende invece una pausa di riflessione, aprendosi a una consultazione democratica sul destino di questo importante tratto delle mura di Cosmopoli? E' ben strano: benché il 2014, bicentenario dell'arrivo di Napoleone, sia ormai vicino le Residenze napoleoniche, meta obbligata dei turisti, sono in condizioni di notevole degrado. Il tetto della Palazzina dei Mulini è da tempo in attesa di riparazione, piove al primo piano, il teatrino è inagibile e tutto questo è da imputare a mancanza di fondi. Perché per sciupare un monumento i soldi (e nemmeno pochi) ci sono e per sanarne un altro no? Bisogna forse chiedersi, come di fronte a misfatti incomprensibili. Cui prodest? Chi ci guadagna?
Maurizio Tavanti 

domenica 24 aprile 2011

La Cattedrale del Mare

Questo articolo venne pubblicato sulla rivista "Abitare all'Elba" ad Aprile 2010 (Numero 4 Anno II)

Immersa in un paesaggio da favola, a ridosso del verdeggiante promontorio dell’Enfola, a pochi passi dalla spiaggia, quasi a lambire la superficie marina, si erge l’imponente Cattedrale del Mare.
Non si tratta di un luogo esclusivamente deputato alla preghiera, benché al suo interno sia presente una cappella, che una volta raccoglieva la polena lignea di “S. Antonio da Padova” e la tela della “Madonna del Rosario con San Domenico”.
Lo stabile è comunque un luogo magico, di religioso e laico pellegrinaggio, che conserva e tiene insieme (“re-ligio”) le anime, il sudore, il sangue ed il ricordo di un’attività lavorativa di culto ed i riti ad essa connessi. L’edificio altri non è che un Arsenale, quel che resta dell’ultima Tonnara dell’isola, una pagina di storia locale lunga due secoli. Questo volume di circa 3660 mc. articolato su tre piani (circa 322 mq a terra, 100 mq il primo e 225 mq il secondo) , rappresenta la memoria collettiva e sociale, il lavoro, il sudore, le emozioni, le tradizioni di un popolo dedito alla pesca ed in particolare del prelibato tonno rosso (“Thunnus thyinnus”). Di quell’industriosa attività sono presenti diverse istantanee, di proprietà delle maestre Dina e Luisa Ridi, figlie di Marco Ridi, l’ultimo“Raìs”(il capo, colui che presiedeva alla cattura del pesce azzurro sulla tonnara vera e propria in mare). La pesca del tonno avveniva in due periodi dell’anno: la “pesca di chiamata” sul finire di Aprile e quella “di ritorno” in Autunno, ed impiegava dai 20 ai 40 addetti secondo le esigenze del momento. La tonnara in mare veniva calata di punta, come un prolungamento dalla terra ferma verso il mare aperto, ed era formata da una parte rettilinea detta “pedale” e da “l’isola” posta a 900 metri da riva, per intercettare i tonni portati dalle correnti secondarie verso le coste settentrionali elbane, muovendosi in senso orario verso ponente. L’isola era costituita a sua volta da una serie di “gabbie” che venivano percorse dalle prede fino alla cosiddetta “camera della morte”, dove avveniva la “mattanza” (dallo spagnolo “matare”=  uccidere ), ovvero dove venivano arpionate e colpite a morte dai pescatori, che sui barconi chiudevano loro ogni possibile via di fuga.


La tonnara di terra serviva invece per lavorare il pescato (pulirlo, tagliarlo, cuocerlo..) e per preparare e conservare le attrezzature, ivi compresi i barconi che venivano tirati a secco nel salone centrale, dall’apposito scivolo a ridosso dell’arenile a sud (verso il golfo). Nell’ala nord, a pian terreno fa bella mostra di sé, perfettamente conservata la «tavola del tagliatore», che qualcuno ha giustamente assimilato ad un “altare”,  sul quale i tonni si concedevano quali vittime sacrificali.
Per troppo tempo si sono sentiti gli echi di fantasmi nell’edificio; il silenzio assordante di un cinquantennio fa quasi da contraltare alle disumane e feroci grida della mattanza , quando il mare si tingeva di rosso vermiglio ed i tonni si dimenavano e contorcevano per le ferite loro inferte.
Gli edifici che componevano il cosiddetto Marfaraggio in origine erano tre (due dei quali oramai rasi al suolo, ma ancora oggi sono visibili nei documenti fotografici: la grande Tettoia su dodici pilastri in muratura e capriate lignee, prospiciente l’arenile nord, ed il corpo dell’Arsenalotto, posto di fronte all’Arsenale).
Nel 1943 a seguito dei bombardamenti aerei, che comportarono ingenti spese di ricostruzione e lesioni al patrimonio architettonico, e successivamente nel 1958 per i danni causati alle attrezzature da una bufera marina, oltre che per la diminuzione del pescato, la gestione della Tonnara divenne economicamente insostenibile e si decise per la chiusura dello stabile e la liquidazione della società appaltatrice. In realtà gli edifici continuarono ad essere utilizzati fino al 1961 per il confezionamento del tonno importato dalla Danimarca e Norvegia!  Nel 1966 inoltre l’Enfola divenne per sei mesi la location del set cinematografico “L’avventuriero”, regia di  Terence Young con Antony Quinn, Rosanna Schiaffino e Rita Hayworth. Purtroppo le esigenze di copione contribuirono a lesionare ulteriormente l’Arsenale: in particolare venne ricreato un incendio al suo interno e le aperture, nonché i soffitti con le travi lignee, rimasero a lungo segnate dal nero fumo delle fiamme. Dalla metà degli anni 70 in poi si sono susseguite numerose ipotesi di riutilizzo dell’edificio.  Il primo progetto di recupero dello stabile risale al 1980 ed era volto alla utilizzazione a scopo turistico ricettivo, commissionato dal Comune di Portoferraio al geom. Domenico Amorosi. Lo stesso progettista avanzò un secondo progetto, ma diverse difficoltà di ordine burocratico ed operativo impedirono la realizzazione del medesimo. Nel frattempo l’edificio andò incontro ad un progressivo ed inesorabile degrado.


Oggi, il recupero di questa struttura, che a buon diritto possiamo definire “archeologia industriale”, rappresenta il segno tangibile di un cambiamento: finalmente il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano comincia a Camminare, non solo attraverso il Festival lanciato nella primavera del 2009 e già alla seconda edizione, ma anche con attenzione al recupero e valorizzazione del patrimonio storico ed architettonico esistente!
La nostra isola è una miniera inesauribile di gioielli, che tali si palesano solo agli occhi di un attento osservatore, che indossi le lenti dello stupore e della conoscenza storica, oltre che naturalistica.
I panorami sono cibo per gli occhi, le emergenze storico-architettoniche appagano l’intelletto. L’intervento di recupero conclude un lavoro iniziato nel 1998, con la messa in sicurezza, il restauro conservativo (soprattutto il rifacimento della copertura lignea con le travi e gli arcarecci in castagno ed il pianellato in mattoni pieni e la ricostruzione della scala esterna) ed il progetto di riuso curati del prof. arch. Gianni Pettena, avviati dall’Ente Parco sotto la guida del suo primo presidente prof. Giuseppe Tanelli. Bisogna però rendere merito all’attuale gestione (Presidenza dott. Mario Tozzi), ma soprattutto alla vivace azione della Direttrice dott.ssa Franca Zanichelli e all’architetto Giovanni De Luca per aver tenacemente portato a termine la definitiva sistemazione dell’arsenale, pur nelle difficoltà di reperire adeguate risorse economiche. Anche se l’intervento deve essere ancora ultimato ed è certamente suscettibile di migliorie, il risultato è già sotto gli occhi di tutti!
Le destinazioni d’uso originariamente previste dal progetto erano: laboratorio didattico e scientifico, aule per la ricerca e per attività didattiche e promozionali di educazione ambientale, sala conferenze ed archivio. Nella necessità impellente di trovare una propria sede, terminato il contratto di locazione in via Guerrazzi, gli operai si sono alacremente adoperati per consegnare al Parco entro la prima settimana di Marzo soprattutto i locali posti al primo e secondo piano dell’edificio, momentaneamente destinati ad ospitare gli uffici tecnici, la presidenza, la direzione e l’area promozione e territorio dell’Ente medesimo. L’architetto De Luca, responsabile dell’area tecnica, è intervenuto soprattutto nella finitura e nell’adeguamento tecnologico ed impiantistico dei locali con: intonacatura e tinteggiatura esterna in colore grigio neutro di tutto l’edificio, scelta degli impianti di illuminazione e di approvvigionamento elettrico, posizionamento di telecamere esterne contro atti di vandalismo e di due webcam (lato golfo e lato mare aperto), creazione di una connessione internet e telefonica tramite impianto wi-fi, introduzione di un ascensore per disabili tra piano terra e primo piano, il tamponamento delle aperture a piano terra con opportune vetrate ed infissi in alluminio, il recupero del materiale già in essere (ad es. pozzetti in granito inseriti sul marciapiede in lastre di porfido). Credo fortemente, ed in questo mi pare di aver colto il parere favorevole dei medesimi dirigenti del Parco e di numerosi altri elbani, che il salone al piano terreno dell’Arsenale, la cui pavimentazione in autoctono calcare rosa di Punta Pina è stata restituita all’originaria fattezza , debba essere valorizzato con l’allestimento di una esposizione permanente di foto, attrezzature e filmati storici atti a restituire le gesta dei tonnarotti. Il locale lo esige, ha una vocazione per ospitare una piccola sala museale, tanto quanto meetings, simposi e congressi. D’altra parte nell’indagine svolta dal Comitato Giovani Albergatori nella Primavera 2009, presso un campione di studenti delle scuole superiori, appariva prioritaria la creazione di un Museo del Mare all’Elba. Auspico che dalla collaborazione con l’associazione ambientalista Amici dell’Enfola, che dalla fine degli anni ottanta opera stabilmente sull’istmo, e che si è resa disponibile a reperire documenti e materiale espositivo ed audiovisivo per l’allestimento della sala espositiva, ed inoltre già in procinto di adottare il sentiero del promontorio (n.108), possa nascere un polo di attrazione turistica e di educazione ambientale che crei un valore aggiunto a tutto il territorio.
Che il fragore delle onde sulla battigia dove s’innalza la Cattedrale diffonda, armonico come il Coro, un messaggio sulle coste elbane ed oltre: oggi non è più tempo di attese, è il tempo della creazione di valore!

Progettare l'Ospitalità (2° parte - Forme e Colori)

Questo articolo venne pubblicato sulla rivista "Abitare all'Elba" nel Febbraio 2010 Numero 2 Anno II

Tipologie, spazi e servizi                      

Proseguiamo con il ragionamento avviato sul numero precedente di “Abitare all’isola d’Elba”, attraverso una rapida analisi dei caratteri tipologici degli spazi alberghieri.
La legislazione italiana riconosce tre tipologie alberghiere: l’albergo vero e proprio (composto da almeno 7 camere, al di sotto delle quali si può parlare di bed&breakfast); il motel (posto lungo le grandi infrastrutture viarie e formato da un albergo più servizi di supporto ai mezzi di trasporto); il villaggio-albergo (composto da più corpi con appartamenti e/o camere dislocati in prossimità di un corpo principale che ospita tutte le altre tipiche funzioni alberghiere - reception, bar, ristorante..). Gli alberghi si possono inoltre distinguere per categoria (numero di stelle, da una a cinque in ordine di qualità crescente, in base alle caratteristiche spaziali e servizi offerti, rilasciate dalla Provincia di appartenenza). A parità di categoria bisogna infine ammettere la sostanziale differenza tra l’albergo urbano, di città d’arte, di villeggiatura (in collina, in montagna ed al mare). Differenze che sono allo stesso tempo di ordine: morfologico, tipologico, gestionale ed organizzativo, ma che purtroppo non sono prese in considerazione dalle attuali normative, che sembrano sempre scritte in riferimento all’albergo di città con apertura annuale!
In generale possiamo riconoscere nell’albergo un’azienda di servizi, ovvero un insieme di spazi che ospitano determinate funzioni rivolte ai propri clienti, ma non solo. La rivoluzionaria strada intrapresa da alcune piccole realtà alberghiere indipendenti a partire dagli anni ‘80 è stata infatti quella di estendere la propria offerta in termini di intrattenimento a tutto il territorio, anche a coloro che non soggiornassero direttamente in albergo. Penso ad esempio all’esperienza degli Hotel Music Bar di Miami Beach che hanno riposizionato un’intera area fino ad allora frequentata solo da pensionati ed oggi destinazione prediletta dai giovani!
La definizione di uno o più targets di riferimento è essenziale nelle attuali dinamiche di mercato, così come la scelta di investire nella creazione di alcuni spazi (i.e. sala tv, sala congressi, sale espositive, biblioteca, boutique, tennis, piscina, beauty farm, spa, golf, diving-center ecc..), in grado tanto di intercettare il target individuato quanto di fornire un surplus di valore all’azienda medesima. Ciò nonostante i servizi basilari di cui è composta un’azienda alberghiera sono quelli di accoglienza (reception, guardaroba, sale comuni, toilettes), pernottamento (alloggi: camere, suites, appartamenti) e di food&beverage (ristorazione, bar..). Questi rappresentano il “core”, il nucleo centrale attorno al quale costruire la propria offerta, ovvero la propria capacità di soddisfare le esigenze del consumatore ed attrarre nuovi clienti. Prima di tutto ottimizzandoli, rendendo cioè gli ambienti funzionali ed accattivanti al tempo stesso. Cominciamo quindi ad indagare uno spazio alla volta con la lente del servicescape!

La percezione degli ambienti
Come già anticipato sul numero precedente, col termine servicescape nel marketing turistico si è soliti indicare l’insieme delle scelte che creano un’atmosfera, facilitando l’esperienza del consumo e la fruizione degli spazi. E’ una disciplina che trae ispirazione dalla “Gestaltheorie”, ovvero dalla “teoria della forma” di matrice tedesca, in aggiunta ad altri saperi tipici della “psicologia della percezione”. La nostra mente infatti lavora secondo schemi prestabiliti, che sono in parte innati, in parte frutto dell’evoluzione umana. Gli evoluzionisti ritengono che l’intelligenza umana abbia la capacità di adattarsi alle situazioni, non solo di “sopravvivere” ma anche di “progettare”, a partire da un’intelligenza simbolica di base. E’ un po’ come se la parte di scimmia che è in noi e da cui discendiamo ci abbia fornito un bagaglio di idee, forme ed associazioni simboliche. Su quel sostrato di intelligenza non-mediata l’Homo Sapiens ha elaborato con l’esperienza (principio di causa-effetto), la memoria e la logica un insieme di saperi, idee e manufatti che non esistevano prima. Certi modi di funzionare della mente, che affondano le proprie radici appunto nella nostra natura primitiva, tendono a modificare la realtà: ci fanno percepire gli ambienti in maniera non-oggettiva, come se indossassimo delle lenti colorate o deformanti! Conoscere questi meccanismi mentali aiuta a migliorare gli spazi secondo le esigenze dell’utente. Si tratta di imparare un linguaggio particolare, fatto di associazioni sinestesiche tra colori, forme, suoni  ed emozioni.
La prima regola fondamentale da sapere è che il nostro cervello tende sempre a semplificare le cose, secondo la “legge del minimo sforzo”, e percepisce immediatamente forme semplici, regolari e simmetriche! Un ambiente viene connotato positivamente se immediatamente “capito” dall’occhio di chi lo abita, pertanto è consigliabile per questioni tanto funzionali quanto estetiche il ricorso a forme regolari (stanze con angoli retti dalla pianta rettangolare, quadrata o comunque centrale). Per lo stesso motivo, oltre che per mere questioni di sicurezza, si rende opportuno l’uso della segnaletica interna (accessi, porte di sicurezza, indicazione toilettes, planimetria del complesso in ogni stanza ecc..).

Il Colore
Di stratagemmi per modificare la percezione spaziale di un ambiente ve ne sono tre piuttosto efficaci: il posizionamento di specchi (soprattutto nel caso di spazi ristretti); il ricorso al “tromphe l’oeil” (lett. “inganna l’occhio”, sono dipinti su pareti cieche con fantasiose vedute bucoliche quali soggetti) ; infine la tinteggiatura delle superfici  con opportune campiture colorate.
Ad esempio un pavimento e mobilio di tonalità scure fanno sembrare più alta la stanza, mentre la predominanza di colori di pari intensità a terra e sulle pareti dilatano orizzontalmente lo spazio!
In tutte le culture fin dagli albori della storia, sono stati elaborati dei saperi “esoterici” (Kabbalha ebraica, Feng Shui cinese, Vastu indiano ecc..), custoditi e tramandati gelosamente da maestri, santoni e guaritori ai propri discepoli. La teoria del colore non fa eccezione al riguardo. Accanto alla tradizionale suddivisione in colori primari e secondari, colori caldi  e freddi, esiste infatti una consolidata prassi esperienziale per l’attribuzione di colori agli ambienti secondo le funzioni ospitate! Il colore è indispensabile alla vita, è parte della nostra eredità biologica e psicologica, irrompe in ogni momento del giorno (grazie ai fasci di luce) e penetra molto più a fondo di quanto non si pensi. Il bianco rende tutto uniforme ed equipotenziale, esaltando al contempo la forma ma dilatando le dimensioni. I colori caldi (gamma del rosso e giallo) sono indicati per luoghi dove stimolare l’azione e la conversazione, in particolare l’arancione e le terre favoriscono la digestione (sala ristorante); quelli freddi per il riposo, l’armonia e la tranquillità (verde, celeste - nelle camere e nei bagni) o per richiamare l’attenzione e stimolare le decisioni in maniera più sicura (gamma del blu - indicata per gli uffici). Nella tabella da me elaborata troverete il significato di ogni colore, il suo indice di riflessione e la sua possibile utilizzazione architettonica!

Musica in sala
Benché la vista fornisca l’80% delle informazioni, tutti i sensi sono implicati nella lettura di uno spazio: pensiamo all’olfatto e sopratutto all’udito!
Lo “stare bene" in un ambiente implica l’aumento della permanenza media del cliente, con un probabile consumo ed acquisto maggiore di generi: questo è strategico per la sala bar, forse un po’ meno per quella ristorante (qualora nelle tariffe sia già compreso il pasto)!
Di fronte a questo problema si può provare ad influenzare il comportamento degli avventori facendo ricorso alla filodiffusione. Gli studi dimostrano infatti che la musica lenta (musica classica) rende gradevole la sosta in un ambiente e lo arricchisce di una connotazione positiva, per contro l’uso di una musica dal ritmo più sostenuto favorisce il consumo veloce (è il caso tipico di cui si potrebbero servire quei ristoranti che non hanno abbastanza tavoli e lavorano per frequente turnazione)!

giovedì 21 aprile 2011

Progettare l’Ospitalità – Hotel Design Guidelines (parte prima)

 

Questo articolo venne pubblicato su Abitare all'Elba n.1 anno II gennaio 2010 

 

In questa rubrica affronterò argomenti specificamente legati al comparto turistico-ricettivo, elbano ed internazionale, con particolare attenzione alle più importanti innovazioni del settore. L'auspicio è quello di contribuire al miglioramento della qualità e del comfort offerti agli ospiti delle nostre strutture ed i visitatori della nostra isola, attraverso suggerimenti formulati nell'assoluto rispetto della tradizione dell'accoglienza italiana. L'abitare un luogo significa prima di tutto risiedervi, viverci, possederlo, capirlo, perpetuarne l'identità, conservarne i caratteri, contribuire a migliorarlo... Naturalmente l'albergo non è una abitazione nel senso stretto del termine, è piuttosto il suo contrario, poiché si presta all'utilizzo di una “popolazione nomade”- i turisti, che cercano di carpire i segreti di un territorio in un tempo molto ristretto. A maggior ragione credo che la dimensione alberghiera debba mantenere un forte radicamento con il territorio, la location in cui sorge, per poter fin da subito trasmettere al turista quel coacervo di tradizioni, folclore, immagine, cultura, identità che egli si aspetta di trovare. Per poter appagare il senso di un viaggio che ha visto premiare l'Elba rispetto ad altre destinazioni. E le strutture alberghiere elbane in gran parte già possiedono quel carattere particolare, che sono un valore aggiunto per la nostra isola. La parola chiave, che ogni esperto di marketing è solito consigliare, è proprio “differenziazione” o “segmentazione”. Credo sia superfluo ricordare inoltre che le aziende alberghiere siano piuttosto particolari poiché non possono essere de-localizzate: il turista sceglie una destinazione, un territorio, prima di optare per la singola struttura!

Lo scenario globale

Il prof. Attilio Celant preside della Facoltà di Economia della Sapienza di Roma, nella recente presentazione del portale Italyhotels di Federalberghi a Rimini (21 Novembre), ha individuato la presenza di fattori strutturali negativi per la competitività del comparto turistico-ricettivo italiano, al di là della crisi contingente: frammentazione del settore ed eterogeneità delle regole (il turismo è materia di competenza regionale e non nazionale!); infrastrutture inadeguate e costose; mancanza di una comunicazione e promozione efficace; presenza di aggravi fiscali tra cui l’IVA al 10% contro quella tedesca e spagnola che sono sul 6%. Il mercato si è modificato rapidamente ed oggi la maggior parte dei potenziali clienti usa la rete informatica per orientarsi nella scelta della destinazione turistica: in questo senso la rete è un ottimo mezzo, che attraverso i portali garantisce il superamento delle diseconomie di scala, ma che però finisce per dominare e diventare esso stesso un soggetto determinante, un “decisore” incontrollabile (pensiamo al fenomeno dei social network come facebook e twitter, ed ancora al caso Tripadvisor).

Lo scenario locale

Le stesse macroscopiche carenze italiane le possiamo riscontrare a livello locale dove ad oggi non è mai esistita una cabina di regia univoca per coordinare i progetti e la comunicazione tra i soggetti istituzionali (numero troppo elevato di municipalità).
In secondo luogo le principali infrastrutture, le porte di accesso all’isola, non sono state adeguatamente liberalizzate e potenziate. I costi eccessivi dei traghetti hanno tagliato fuori una importante fetta di mercato di turisti leisure fast-consumer, i giovani che spendendo poco si concedevano un weekend sull’isola. Non è un caso che i dati relativi alla costa toscana siano in netta controtendenza (molto positivi) rispetto a quelli isolani.
Come asserisce il sociologo prof. Guido Martinotti del Politecnico di Milano si tratta di attivare quel meccanismo virtuoso di attrazione di flussi che tenga conto dell’esistenza di quattro tipi di popolazioni: accanto alla popolazione residente (quella che vota e quindi l’unica che di solito viene presa in considerazione dagli amministratori), esiste infatti una popolazione di city-users articolata in: pendolari, turisti ed infine business-men. I servizi di trasporto sono il nocciolo centrale attorno a cui costruire la programmazione e lo sviluppo stesso di una realtà territoriale!

 

I numeri


Le strutture ricettive (alberghi ed rta) presenti sul territorio sono circa 200, distribuite in prevalenza sulla costa, nel settore meridionale (Campo nell’Elba e Capoliveri). Morfologicamente si tratta di strutture articolate su più edifici, che ben si inseriscono nei luoghi in cui sorgono: la maggior parte nascono dalla trasformazione di piccole aziende agricole e/o civili abitazioni con aggiunte successive di corpi. Le dimensioni sono in prevalenza medio-piccole con un numero medio di 77 posti letto a struttura (32 camere). Dallo studio redatto nel 2006 dal prof. Guercini, titolare della cattedra di marketing all’Università di Firenze, emerge un dato interessante: gli alberghi elbani necessitano di migliorarsi sotto il profilo dei servizi offerti, ottimizzando anche la propria redditività con l’aumento di camere (per coprire le spese legate alla realizzazione dei medesimi servizi), e nell’ammodernamento degli edifici, non sempre in linea con gli standard di categoria.
E’ ormai giunto il tempo di creare uno strumento urbanistico comune per le aziende, quel tanto auspicato piano comprensoriale degli alberghi, che tenga conto della continuità territoriale tra comuni e della garanzia di operare con pari condizioni di mercato, senza relegare alcuna struttura nelle “riserve indiane”. Le regole devono esistere e valere per tutti!

Disegnare l’Ospitalità


La buona architettura è un fattore positivo, di qualificazione per il territorio. L’architettura è da sempre un fattore di cambiamento nella percezione di un luogo, l’immagine di una intera città può modificarsi e divenire appetibile anche per un singolo intervento: pensiamo all’emblematico caso del Guggenheim di Frank O’Gehry a Bilbao!
Nella progettazione architettonica degli alberghi, sembra che le camere siano il punto di partenza per lo studio e la comprensione del processo evolutivo. In realtà una particolare evoluzione ha interessato tutte le aree comuni degli Hotel. Le hall degli alberghi, per esempio, si sono col tempo trasformate per ospitare al loro interno funzioni “altre” rispetto a quelle tradizionalmente contemplate e, negli ultimi anni, si propongono sempre più come spazi polivalenti aperti alla città. Naturalmente questa nuova concezione delle hall-lobby ha determinato un ripensamento totale nell’intera organizzazione planimetrica dell’hotel, non solo per il tipo di servizi offerti, ma anche e soprattutto per le caratteristiche spaziali e degli elementi d’arredo.
Questa sperimentazione è stata iniziata da piccoli alberghi nelle città occidentali durante gli anni ’80 per poi consolidarsi in tutto il mondo. Questi alberghi, chiamati design-hotels o art-hotels sono il risultato di una particolare attenzione e rielaborazione della tradizione del Grand Hotel e del mondo e della memoria che questo rappresenta, progettati per marchi con una forte consapevolezza progettuale da architetti come Jean Nouvel and E. Cattani, Philippe Starck, Andre Putmann, J.M.Wilmotte… Sono proprio questi alberghi “indipendenti”ad aver influenzato le grandi catene che, in tempi recenti, stanno sempre di più abbandonando la standardizzazione per aprirsi a progettazioni più sperimentali ed “uniche”. Tuttavia senza scomodare i grandi nomi, anche nel piccolo si può intervenire per migliorare la percezione estetica della nostra isola e delle nostre strutture ricettive.

Serviscape

Tutte quelle scelte che vanno ad influire nella creazione di una atmosfera e nell’erogazione dei servizi, con una ben definita strategia commerciale e di marketing, vengono definite “servicescape”. L’ambiente dove si svolge l’esperienza del consumo, con forte coinvolgimento del fruitore, può influire in maniera determinante per connotare positivamente il soggiorno. Su questo aspetto bisogna lavorare: sensazione di benessere e qualità vanno a braccetto. Pensiamo alla colorazione degli ambienti, alla loro articolazione e distribuzione spaziale, alla scelta del giusto sottofondo musicale… Niente va lasciato al caso: ogni angolo studiato per uno specifico risultato atteso!

sabato 9 aprile 2011

Evitiamo una sconfitta per la Città !

In prosecuzione col precedente post, questo pezzo fu pubblicato sulle colonne del settimanale Lisola nel mese di Novembre 2007, sempre per approfondire la questione "Gattaia"..



“Colui che non cerca di migliorare se stesso, ed il mondo nel quale vive, non è un uomo.”  Ridley Scott, Le Crociate

Qualche settimana fa ho firmato un articolo sulla storia della Gattaia, avanzando delle proposte in assoluta buona fede, all’oscuro dell’esistenza di un progetto preliminare, già affidato dall’amministrazione comunale. Alla presentazione del progetto, avvenuta ad articolo già in fase di stampa, ho partecipato cercando di portare elementi di contributo per un confronto costruttivo. Sento però di dover esporre meglio il mio pensiero. Scrivo animato dalla coscienza civica personale e credo di dare voce ad una posizione condivisa, lontano da ogni strumentalizzazione politica.
L’estetica nasce come “scienza della conoscenza sensibile”, fondata nel 1750 dal filosofo Baumgarten, maestro di Kant a Lipsia. Ogni persona forma il proprio senso estetico attraverso la percezione visiva degli oggetti che la circondano. Il bello ed il brutto sono categorie soggettive, si riferiscono ad un piacere disinteressato, al puro godimento di forme esteriori. Il “bello architettonico” però è qualcosa di diverso, è stato studiato nel corso dei secoli da Aristotele a Panowsky, dall’Alberti a Valery, da Croce ad Eco: equivale alla “conoscenza dell’idea compositiva” ed ha la sua fondatezza nel principio di coerenza funzionale.
Ciò vuol dire che una manufatto è bello se conserva la funzione per la quale è stato creato, qualora l’idea alla base della sua creazione risulti valida: Kant parla di “corrispondenza ad un certo uso”, tanto quanto Adorno di “erigere forme secondo scopi”. In seguito intervengono anche considerazioni di carattere morfologico, dimensionale, di testimonianza del passato e di pregio artistico. La concinnitas e l’harmonia di rinascimentale memoria, l’euritmia e la simmetria di Vitruviana derivazione.
Non è questo il caso della Gattaia: giustamente Taddeo Taddei Castelli rileva la pochezza estetica e l’assenza funzionale di detti manufatti, che finiscono per deturpare il bene storico vero, le Fortezze Medicee!
Queste “superfetazioni” già ora entrano in competizione con i retrostanti bastioni della Cornacchia.
Nel progetto di recupero addirittura si esalta questa competizione, attraverso l’aggiunta di un parapetto sul tetto piano(che non essendo praticabile, pare superflua). Mettiamo che esista una baraccopoli, lasciata al suo destino per cinquanta anni; un giorno si decide di trasformarla in giardino pubblico: forse non si procede, perché si trova in un luogo da tempo immemore? Non dimentichiamo che un bene è culturale quando risponde a tre requisiti: è un documento della storia; è testimone della creatività dell’uomo (quindi deve avere anche valore artistico); è fattore di civiltà e di educazione permanente. In precedenza ritenevo giusta la posizione di conservare gli immobili, esclusivamente per il loro valore storico, ora non ne sono più sicuro. Giuseppe Battaglini, storico e studioso di urbanistica locale, ha ricordato come l’andamento della Tenaglia della Fascine fosse diverso da quello attuale; come la costruzione di queste mura (assolutamente non rapportabili al rango di Bastione) sia successiva alla fondazione di Cosmopolis; come, infine, non sia rimasto niente dei materiali originari. A questo punto la domanda è lecita: cosa stiamo conservando, un manufatto oppure il “perimetro” di un manufatto, ovvero la pallida idea di quello che non c’è più? Non si parli a sproposito nemmeno di “archeologia industriale”: rientrano in questa categoria gli edifici che sono stati testimonianza del lavoro di una comunità! E’ il caso della Tonnara (scomparsa), non certo del deposito idrocarburi, in cui hanno operato unicamente i militari: l’impianto di pompaggio avrà avuto bisogno al massimo di un manutentore occasionale. Nel rispetto della professionalità, esperienza e sensibilità di chi ha ottenuto l’incarico di progettazione, lasciatemi però avanzare alcune considerazioni sulle soluzioni adottate, per quanto imposte da Enti terzi. L’operazione principale, per cui aveva senso recuperare l’area, era quella di creare un nuovo percorso come prosecuzione della Calata: ciò non avviene compiutamente, perché il deposito idrocarburi continua a frapporsi come ostacolo al passaggio; questo comporta un cammino articolato, a zig-zag. Infine sembra mancare la necessaria attenzione ai disabili (DPR n°503/1996): accanto alla “torre” ho notato la presenza di una scalinata, ma non di uno scivolo esterno con pendenza adeguata 8%.
E’ previsto un ascensore all’interno: il disabile sarà dunque costretto ad entrare nell’edificio, per salire sulla terrazza? Si è parlato di uno spazio dove ammirare la città al fresco e da posizione più elevata; eppure non sembra presente il benché minimo sistema di raffrescamento: non una pensilina, non un pergolato! Il sole insiste sul sito praticamente per tutto il giorno, inoltre le mura medicee fanno da volano termico: con la loro poderosa massa immagazzinano il calore, che restituiscono con forza a coloro che si trovino sulla terrazza.
Oltretutto l’Apt non troverebbe una collocazione consona alla propria immagine: si troverebbe rinchiusa nell’ennesimo scatolone autoreferenziale, senza finestre a sud, che vagamente ricorda un carcere. Disperati parlava di edificio moderno stile “Maison de France”, ma io non vedo né vetro né acciaio: francamente il paragone non regge! L’idea stessa che procedere per sottrazione di volumi, anziché per conservazione dei medesimi, non sia operazione qualificante o degna di concorso è profondamente errata: Mies Van der Rohe, maestro dell’architettura moderna, sosteneva “less is more” (il meno è il più).
Il rispetto verso il Bellucci ed il Camerini è un dovere assoluto: sotto il Cornacchino non può insistere un edificio di dimensioni ragguardevoli; si sente la necessità di un intervento soft, di corpi dalla silouette più bassa: quello che in composizione architettonica può apparire al massimo un “basamento”. Per quale ragione non si è pensato di ricavare gli uffici Apt in un unico volume a piano terra, dall’altezza contenuta di tre - quattro metri, facendo della copertura una nuova grande piazza? Nella premessa del Decreto Bersani del Dicembre 2006 si trova scritto: “L’opera d’architettura, ed in genere le trasformazioni fisiche dei territori, tendono a sopravvivere al loro ideatore, al loro costruttore, al loro proprietario e ai loro originari utenti. Per questo motivo sono di interesse generale e costituiscono un patrimonio della Comunità. La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell’opera progettuale e costituisce fondamento etico della professione. La società ha dunque interesse a garantire un contesto nel quale l’Architettura possa essere espressa al meglio, favorendo la formazione della coscienza civile dei suoi valori e la partecipazione dei cittadini alle decisioni concernenti i loro interessi.[…] Adottando nella realizzazione della singola opera e di ogni trasformazione fisica del territorio, le soluzioni tecniche e formali più adeguate ad assicurarne il massimo di qualità e durata, e il benessere fisico ed emozionale dei suoi utenti”. Dal canto suo il Mons. Ersilio Tonini, noto esponente della dottrina cattolica, sottolinea:“L’architetto non può essere un commerciante. Egli assiste l’accadere di qualche cosa che sa di incantagione. Che cosa significa incantagione? Vuol dire ancora qualche cosa che meriti stupore; un architetto che non senta stupore non può comunicarlo; stupore vuol dire lo svegliarsi dell’anima di fronte alle cose più grandi di noi […]”.
Tonini attribuisce un valore assieme “etico ed estetico” alla professione di architetto, posizione condivisa dallo psicanalista Luigi Zoja, il quale assicura che “il brutto è immorale. E’ una ferita all’anima, imposta continuamente sotto forma di paesaggi deteriorati ed edilizia sciatta e utilitarista. La via maestra per ritrovare la bellezza, esigenza archetipica dell’uomo, è abbandonare l’arroganza.”
Il progetto di recupero della Gattaia, presentato dal sindaco come una soluzione aperta a suggerimenti ed osservazioni, viene difeso da alcuni esponenti della maggioranza come un disegno concluso e definitivo: in tal caso sarebbe meglio procedere ad una manutenzione ordinaria degli immobili. Oppure chiamare l’artista Christo Javacev, per impacchettare tutta l’area con un telo bianco: operazione di denuncia ad alta visibilità internazionale e di sicura promozione turistica (naturalmente è una provocazione)! Certi progetti hanno bisogno di tempo, per essere portati avanti nella serenità di aver trovato la “migliore soluzione possibile” e la condivisione necessaria della cittadinanza. Non si fanno le cose in fretta perché ci sono i fondi, vincolati ad una operazione discutibile e nei fatti imposta. Ferme restando la necessità di dare un volto nuovo e pulito alla città ed il plauso per la sinergia degli enti coinvolti, l’architettura non può essere ricondotta a questioni meramente commerciali o economiche: gli enti pubblici devono perseguire il fine unico della qualità e del benessere! Continuo ad avere la convinzione che il concorso di idee sia la strada più giusta da percorrere.
Non è una questione di importi: se così fosse, non si sarebbe indetto il concorso internazionale ad inviti per il nuovo ingresso degli Uffizi a Firenze. La Gattaia non vale gli Uffizi, ma le retrostanti Fortificazioni Medicee non hanno forse dignità analoga? Non si vuole iscriverle come Patrimonio dell’Umanità Unesco? Il concorso di idee si bandisce ogni qual volta il progetto interessi un luogo complesso, di sedimentazione storica, di difficile caratterizzazione e soluzione morfologica. Anche a Piombino, per il progetto di una piazzetta (il cui importo è sicuramente esiguo), il primo cittadino ha indetto un  concorso, soggetto a votazione popolare.
Il sindaco Peria ha assicurato che se la città non vuole questo progetto, allora non si farà: resto in attesa che venga indetto un referendum… Non credo che forzare la mano sia una cosa intelligente e costruttiva. C’è il rischio di dover intervenire ancora sull’area tra pochi anni: non si tratta di una preclusione alla sua riqualificazione, quanto di evitare ulteriori ferite alla Città di Cosimo!