“Colui che non cerca di migliorare se stesso, ed il mondo nel quale vive, non è un uomo.” Ridley Scott, Le Crociate
Qualche settimana fa ho firmato un articolo sulla storia della Gattaia, avanzando delle proposte in assoluta buona fede, all’oscuro dell’esistenza di un progetto preliminare, già affidato dall’amministrazione comunale. Alla presentazione del progetto, avvenuta ad articolo già in fase di stampa, ho partecipato cercando di portare elementi di contributo per un confronto costruttivo. Sento però di dover esporre meglio il mio pensiero. Scrivo animato dalla coscienza civica personale e credo di dare voce ad una posizione condivisa, lontano da ogni strumentalizzazione politica.
L’estetica nasce come “scienza della conoscenza sensibile”, fondata nel 1750 dal filosofo Baumgarten, maestro di Kant a Lipsia. Ogni persona forma il proprio senso estetico attraverso la percezione visiva degli oggetti che la circondano. Il bello ed il brutto sono categorie soggettive, si riferiscono ad un piacere disinteressato, al puro godimento di forme esteriori. Il “bello architettonico” però è qualcosa di diverso, è stato studiato nel corso dei secoli da Aristotele a Panowsky, dall’Alberti a Valery, da Croce ad Eco: equivale alla “conoscenza dell’idea compositiva” ed ha la sua fondatezza nel principio di coerenza funzionale.
Ciò vuol dire che una manufatto è bello se conserva la funzione per la quale è stato creato, qualora l’idea alla base della sua creazione risulti valida: Kant parla di “corrispondenza ad un certo uso”, tanto quanto Adorno di “erigere forme secondo scopi”. In seguito intervengono anche considerazioni di carattere morfologico, dimensionale, di testimonianza del passato e di pregio artistico. La concinnitas e l’harmonia di rinascimentale memoria, l’euritmia e la simmetria di Vitruviana derivazione.
Non è questo il caso della Gattaia: giustamente Taddeo Taddei Castelli rileva la pochezza estetica e l’assenza funzionale di detti manufatti, che finiscono per deturpare il bene storico vero, le Fortezze Medicee!
Queste “superfetazioni” già ora entrano in competizione con i retrostanti bastioni della Cornacchia.
Nel progetto di recupero addirittura si esalta questa competizione, attraverso l’aggiunta di un parapetto sul tetto piano(che non essendo praticabile, pare superflua). Mettiamo che esista una baraccopoli, lasciata al suo destino per cinquanta anni; un giorno si decide di trasformarla in giardino pubblico: forse non si procede, perché si trova in un luogo da tempo immemore? Non dimentichiamo che un bene è culturale quando risponde a tre requisiti: è un documento della storia; è testimone della creatività dell’uomo (quindi deve avere anche valore artistico); è fattore di civiltà e di educazione permanente. In precedenza ritenevo giusta la posizione di conservare gli immobili, esclusivamente per il loro valore storico, ora non ne sono più sicuro. Giuseppe Battaglini, storico e studioso di urbanistica locale, ha ricordato come l’andamento della Tenaglia della Fascine fosse diverso da quello attuale; come la costruzione di queste mura (assolutamente non rapportabili al rango di Bastione) sia successiva alla fondazione di Cosmopolis; come, infine, non sia rimasto niente dei materiali originari. A questo punto la domanda è lecita: cosa stiamo conservando, un manufatto oppure il “perimetro” di un manufatto, ovvero la pallida idea di quello che non c’è più? Non si parli a sproposito nemmeno di “archeologia industriale”: rientrano in questa categoria gli edifici che sono stati testimonianza del lavoro di una comunità! E’ il caso della Tonnara (scomparsa), non certo del deposito idrocarburi, in cui hanno operato unicamente i militari: l’impianto di pompaggio avrà avuto bisogno al massimo di un manutentore occasionale. Nel rispetto della professionalità, esperienza e sensibilità di chi ha ottenuto l’incarico di progettazione, lasciatemi però avanzare alcune considerazioni sulle soluzioni adottate, per quanto imposte da Enti terzi. L’operazione principale, per cui aveva senso recuperare l’area, era quella di creare un nuovo percorso come prosecuzione della Calata: ciò non avviene compiutamente, perché il deposito idrocarburi continua a frapporsi come ostacolo al passaggio; questo comporta un cammino articolato, a zig-zag. Infine sembra mancare la necessaria attenzione ai disabili (DPR n°503/1996): accanto alla “torre” ho notato la presenza di una scalinata, ma non di uno scivolo esterno con pendenza adeguata 8%.
E’ previsto un ascensore all’interno: il disabile sarà dunque costretto ad entrare nell’edificio, per salire sulla terrazza? Si è parlato di uno spazio dove ammirare la città al fresco e da posizione più elevata; eppure non sembra presente il benché minimo sistema di raffrescamento: non una pensilina, non un pergolato! Il sole insiste sul sito praticamente per tutto il giorno, inoltre le mura medicee fanno da volano termico: con la loro poderosa massa immagazzinano il calore, che restituiscono con forza a coloro che si trovino sulla terrazza.
Oltretutto l’Apt non troverebbe una collocazione consona alla propria immagine: si troverebbe rinchiusa nell’ennesimo scatolone autoreferenziale, senza finestre a sud, che vagamente ricorda un carcere. Disperati parlava di edificio moderno stile “Maison de France”, ma io non vedo né vetro né acciaio: francamente il paragone non regge! L’idea stessa che procedere per sottrazione di volumi, anziché per conservazione dei medesimi, non sia operazione qualificante o degna di concorso è profondamente errata: Mies Van der Rohe, maestro dell’architettura moderna, sosteneva “less is more” (il meno è il più).
Il rispetto verso il Bellucci ed il Camerini è un dovere assoluto: sotto il Cornacchino non può insistere un edificio di dimensioni ragguardevoli; si sente la necessità di un intervento soft, di corpi dalla silouette più bassa: quello che in composizione architettonica può apparire al massimo un “basamento”. Per quale ragione non si è pensato di ricavare gli uffici Apt in un unico volume a piano terra, dall’altezza contenuta di tre - quattro metri, facendo della copertura una nuova grande piazza? Nella premessa del Decreto Bersani del Dicembre 2006 si trova scritto: “L’opera d’architettura, ed in genere le trasformazioni fisiche dei territori, tendono a sopravvivere al loro ideatore, al loro costruttore, al loro proprietario e ai loro originari utenti. Per questo motivo sono di interesse generale e costituiscono un patrimonio della Comunità. La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell’opera progettuale e costituisce fondamento etico della professione. La società ha dunque interesse a garantire un contesto nel quale l’Architettura possa essere espressa al meglio, favorendo la formazione della coscienza civile dei suoi valori e la partecipazione dei cittadini alle decisioni concernenti i loro interessi.[…] Adottando nella realizzazione della singola opera e di ogni trasformazione fisica del territorio, le soluzioni tecniche e formali più adeguate ad assicurarne il massimo di qualità e durata, e il benessere fisico ed emozionale dei suoi utenti”. Dal canto suo il Mons. Ersilio Tonini, noto esponente della dottrina cattolica, sottolinea:“L’architetto non può essere un commerciante. Egli assiste l’accadere di qualche cosa che sa di incantagione. Che cosa significa incantagione? Vuol dire ancora qualche cosa che meriti stupore; un architetto che non senta stupore non può comunicarlo; stupore vuol dire lo svegliarsi dell’anima di fronte alle cose più grandi di noi […]”.
Tonini attribuisce un valore assieme “etico ed estetico” alla professione di architetto, posizione condivisa dallo psicanalista Luigi Zoja, il quale assicura che “il brutto è immorale. E’ una ferita all’anima, imposta continuamente sotto forma di paesaggi deteriorati ed edilizia sciatta e utilitarista. La via maestra per ritrovare la bellezza, esigenza archetipica dell’uomo, è abbandonare l’arroganza.”
Il progetto di recupero della Gattaia, presentato dal sindaco come una soluzione aperta a suggerimenti ed osservazioni, viene difeso da alcuni esponenti della maggioranza come un disegno concluso e definitivo: in tal caso sarebbe meglio procedere ad una manutenzione ordinaria degli immobili. Oppure chiamare l’artista Christo Javacev, per impacchettare tutta l’area con un telo bianco: operazione di denuncia ad alta visibilità internazionale e di sicura promozione turistica (naturalmente è una provocazione)! Certi progetti hanno bisogno di tempo, per essere portati avanti nella serenità di aver trovato la “migliore soluzione possibile” e la condivisione necessaria della cittadinanza. Non si fanno le cose in fretta perché ci sono i fondi, vincolati ad una operazione discutibile e nei fatti imposta. Ferme restando la necessità di dare un volto nuovo e pulito alla città ed il plauso per la sinergia degli enti coinvolti, l’architettura non può essere ricondotta a questioni meramente commerciali o economiche: gli enti pubblici devono perseguire il fine unico della qualità e del benessere! Continuo ad avere la convinzione che il concorso di idee sia la strada più giusta da percorrere.
Non è una questione di importi: se così fosse, non si sarebbe indetto il concorso internazionale ad inviti per il nuovo ingresso degli Uffizi a Firenze. La Gattaia non vale gli Uffizi, ma le retrostanti Fortificazioni Medicee non hanno forse dignità analoga? Non si vuole iscriverle come Patrimonio dell’Umanità Unesco? Il concorso di idee si bandisce ogni qual volta il progetto interessi un luogo complesso, di sedimentazione storica, di difficile caratterizzazione e soluzione morfologica. Anche a Piombino, per il progetto di una piazzetta (il cui importo è sicuramente esiguo), il primo cittadino ha indetto un concorso, soggetto a votazione popolare.
Il sindaco Peria ha assicurato che se la città non vuole questo progetto, allora non si farà: resto in attesa che venga indetto un referendum… Non credo che forzare la mano sia una cosa intelligente e costruttiva. C’è il rischio di dover intervenire ancora sull’area tra pochi anni: non si tratta di una preclusione alla sua riqualificazione, quanto di evitare ulteriori ferite alla Città di Cosimo!

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