domenica 24 aprile 2011

La Cattedrale del Mare

Questo articolo venne pubblicato sulla rivista "Abitare all'Elba" ad Aprile 2010 (Numero 4 Anno II)

Immersa in un paesaggio da favola, a ridosso del verdeggiante promontorio dell’Enfola, a pochi passi dalla spiaggia, quasi a lambire la superficie marina, si erge l’imponente Cattedrale del Mare.
Non si tratta di un luogo esclusivamente deputato alla preghiera, benché al suo interno sia presente una cappella, che una volta raccoglieva la polena lignea di “S. Antonio da Padova” e la tela della “Madonna del Rosario con San Domenico”.
Lo stabile è comunque un luogo magico, di religioso e laico pellegrinaggio, che conserva e tiene insieme (“re-ligio”) le anime, il sudore, il sangue ed il ricordo di un’attività lavorativa di culto ed i riti ad essa connessi. L’edificio altri non è che un Arsenale, quel che resta dell’ultima Tonnara dell’isola, una pagina di storia locale lunga due secoli. Questo volume di circa 3660 mc. articolato su tre piani (circa 322 mq a terra, 100 mq il primo e 225 mq il secondo) , rappresenta la memoria collettiva e sociale, il lavoro, il sudore, le emozioni, le tradizioni di un popolo dedito alla pesca ed in particolare del prelibato tonno rosso (“Thunnus thyinnus”). Di quell’industriosa attività sono presenti diverse istantanee, di proprietà delle maestre Dina e Luisa Ridi, figlie di Marco Ridi, l’ultimo“Raìs”(il capo, colui che presiedeva alla cattura del pesce azzurro sulla tonnara vera e propria in mare). La pesca del tonno avveniva in due periodi dell’anno: la “pesca di chiamata” sul finire di Aprile e quella “di ritorno” in Autunno, ed impiegava dai 20 ai 40 addetti secondo le esigenze del momento. La tonnara in mare veniva calata di punta, come un prolungamento dalla terra ferma verso il mare aperto, ed era formata da una parte rettilinea detta “pedale” e da “l’isola” posta a 900 metri da riva, per intercettare i tonni portati dalle correnti secondarie verso le coste settentrionali elbane, muovendosi in senso orario verso ponente. L’isola era costituita a sua volta da una serie di “gabbie” che venivano percorse dalle prede fino alla cosiddetta “camera della morte”, dove avveniva la “mattanza” (dallo spagnolo “matare”=  uccidere ), ovvero dove venivano arpionate e colpite a morte dai pescatori, che sui barconi chiudevano loro ogni possibile via di fuga.


La tonnara di terra serviva invece per lavorare il pescato (pulirlo, tagliarlo, cuocerlo..) e per preparare e conservare le attrezzature, ivi compresi i barconi che venivano tirati a secco nel salone centrale, dall’apposito scivolo a ridosso dell’arenile a sud (verso il golfo). Nell’ala nord, a pian terreno fa bella mostra di sé, perfettamente conservata la «tavola del tagliatore», che qualcuno ha giustamente assimilato ad un “altare”,  sul quale i tonni si concedevano quali vittime sacrificali.
Per troppo tempo si sono sentiti gli echi di fantasmi nell’edificio; il silenzio assordante di un cinquantennio fa quasi da contraltare alle disumane e feroci grida della mattanza , quando il mare si tingeva di rosso vermiglio ed i tonni si dimenavano e contorcevano per le ferite loro inferte.
Gli edifici che componevano il cosiddetto Marfaraggio in origine erano tre (due dei quali oramai rasi al suolo, ma ancora oggi sono visibili nei documenti fotografici: la grande Tettoia su dodici pilastri in muratura e capriate lignee, prospiciente l’arenile nord, ed il corpo dell’Arsenalotto, posto di fronte all’Arsenale).
Nel 1943 a seguito dei bombardamenti aerei, che comportarono ingenti spese di ricostruzione e lesioni al patrimonio architettonico, e successivamente nel 1958 per i danni causati alle attrezzature da una bufera marina, oltre che per la diminuzione del pescato, la gestione della Tonnara divenne economicamente insostenibile e si decise per la chiusura dello stabile e la liquidazione della società appaltatrice. In realtà gli edifici continuarono ad essere utilizzati fino al 1961 per il confezionamento del tonno importato dalla Danimarca e Norvegia!  Nel 1966 inoltre l’Enfola divenne per sei mesi la location del set cinematografico “L’avventuriero”, regia di  Terence Young con Antony Quinn, Rosanna Schiaffino e Rita Hayworth. Purtroppo le esigenze di copione contribuirono a lesionare ulteriormente l’Arsenale: in particolare venne ricreato un incendio al suo interno e le aperture, nonché i soffitti con le travi lignee, rimasero a lungo segnate dal nero fumo delle fiamme. Dalla metà degli anni 70 in poi si sono susseguite numerose ipotesi di riutilizzo dell’edificio.  Il primo progetto di recupero dello stabile risale al 1980 ed era volto alla utilizzazione a scopo turistico ricettivo, commissionato dal Comune di Portoferraio al geom. Domenico Amorosi. Lo stesso progettista avanzò un secondo progetto, ma diverse difficoltà di ordine burocratico ed operativo impedirono la realizzazione del medesimo. Nel frattempo l’edificio andò incontro ad un progressivo ed inesorabile degrado.


Oggi, il recupero di questa struttura, che a buon diritto possiamo definire “archeologia industriale”, rappresenta il segno tangibile di un cambiamento: finalmente il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano comincia a Camminare, non solo attraverso il Festival lanciato nella primavera del 2009 e già alla seconda edizione, ma anche con attenzione al recupero e valorizzazione del patrimonio storico ed architettonico esistente!
La nostra isola è una miniera inesauribile di gioielli, che tali si palesano solo agli occhi di un attento osservatore, che indossi le lenti dello stupore e della conoscenza storica, oltre che naturalistica.
I panorami sono cibo per gli occhi, le emergenze storico-architettoniche appagano l’intelletto. L’intervento di recupero conclude un lavoro iniziato nel 1998, con la messa in sicurezza, il restauro conservativo (soprattutto il rifacimento della copertura lignea con le travi e gli arcarecci in castagno ed il pianellato in mattoni pieni e la ricostruzione della scala esterna) ed il progetto di riuso curati del prof. arch. Gianni Pettena, avviati dall’Ente Parco sotto la guida del suo primo presidente prof. Giuseppe Tanelli. Bisogna però rendere merito all’attuale gestione (Presidenza dott. Mario Tozzi), ma soprattutto alla vivace azione della Direttrice dott.ssa Franca Zanichelli e all’architetto Giovanni De Luca per aver tenacemente portato a termine la definitiva sistemazione dell’arsenale, pur nelle difficoltà di reperire adeguate risorse economiche. Anche se l’intervento deve essere ancora ultimato ed è certamente suscettibile di migliorie, il risultato è già sotto gli occhi di tutti!
Le destinazioni d’uso originariamente previste dal progetto erano: laboratorio didattico e scientifico, aule per la ricerca e per attività didattiche e promozionali di educazione ambientale, sala conferenze ed archivio. Nella necessità impellente di trovare una propria sede, terminato il contratto di locazione in via Guerrazzi, gli operai si sono alacremente adoperati per consegnare al Parco entro la prima settimana di Marzo soprattutto i locali posti al primo e secondo piano dell’edificio, momentaneamente destinati ad ospitare gli uffici tecnici, la presidenza, la direzione e l’area promozione e territorio dell’Ente medesimo. L’architetto De Luca, responsabile dell’area tecnica, è intervenuto soprattutto nella finitura e nell’adeguamento tecnologico ed impiantistico dei locali con: intonacatura e tinteggiatura esterna in colore grigio neutro di tutto l’edificio, scelta degli impianti di illuminazione e di approvvigionamento elettrico, posizionamento di telecamere esterne contro atti di vandalismo e di due webcam (lato golfo e lato mare aperto), creazione di una connessione internet e telefonica tramite impianto wi-fi, introduzione di un ascensore per disabili tra piano terra e primo piano, il tamponamento delle aperture a piano terra con opportune vetrate ed infissi in alluminio, il recupero del materiale già in essere (ad es. pozzetti in granito inseriti sul marciapiede in lastre di porfido). Credo fortemente, ed in questo mi pare di aver colto il parere favorevole dei medesimi dirigenti del Parco e di numerosi altri elbani, che il salone al piano terreno dell’Arsenale, la cui pavimentazione in autoctono calcare rosa di Punta Pina è stata restituita all’originaria fattezza , debba essere valorizzato con l’allestimento di una esposizione permanente di foto, attrezzature e filmati storici atti a restituire le gesta dei tonnarotti. Il locale lo esige, ha una vocazione per ospitare una piccola sala museale, tanto quanto meetings, simposi e congressi. D’altra parte nell’indagine svolta dal Comitato Giovani Albergatori nella Primavera 2009, presso un campione di studenti delle scuole superiori, appariva prioritaria la creazione di un Museo del Mare all’Elba. Auspico che dalla collaborazione con l’associazione ambientalista Amici dell’Enfola, che dalla fine degli anni ottanta opera stabilmente sull’istmo, e che si è resa disponibile a reperire documenti e materiale espositivo ed audiovisivo per l’allestimento della sala espositiva, ed inoltre già in procinto di adottare il sentiero del promontorio (n.108), possa nascere un polo di attrazione turistica e di educazione ambientale che crei un valore aggiunto a tutto il territorio.
Che il fragore delle onde sulla battigia dove s’innalza la Cattedrale diffonda, armonico come il Coro, un messaggio sulle coste elbane ed oltre: oggi non è più tempo di attese, è il tempo della creazione di valore!

Progettare l'Ospitalità (2° parte - Forme e Colori)

Questo articolo venne pubblicato sulla rivista "Abitare all'Elba" nel Febbraio 2010 Numero 2 Anno II

Tipologie, spazi e servizi                      

Proseguiamo con il ragionamento avviato sul numero precedente di “Abitare all’isola d’Elba”, attraverso una rapida analisi dei caratteri tipologici degli spazi alberghieri.
La legislazione italiana riconosce tre tipologie alberghiere: l’albergo vero e proprio (composto da almeno 7 camere, al di sotto delle quali si può parlare di bed&breakfast); il motel (posto lungo le grandi infrastrutture viarie e formato da un albergo più servizi di supporto ai mezzi di trasporto); il villaggio-albergo (composto da più corpi con appartamenti e/o camere dislocati in prossimità di un corpo principale che ospita tutte le altre tipiche funzioni alberghiere - reception, bar, ristorante..). Gli alberghi si possono inoltre distinguere per categoria (numero di stelle, da una a cinque in ordine di qualità crescente, in base alle caratteristiche spaziali e servizi offerti, rilasciate dalla Provincia di appartenenza). A parità di categoria bisogna infine ammettere la sostanziale differenza tra l’albergo urbano, di città d’arte, di villeggiatura (in collina, in montagna ed al mare). Differenze che sono allo stesso tempo di ordine: morfologico, tipologico, gestionale ed organizzativo, ma che purtroppo non sono prese in considerazione dalle attuali normative, che sembrano sempre scritte in riferimento all’albergo di città con apertura annuale!
In generale possiamo riconoscere nell’albergo un’azienda di servizi, ovvero un insieme di spazi che ospitano determinate funzioni rivolte ai propri clienti, ma non solo. La rivoluzionaria strada intrapresa da alcune piccole realtà alberghiere indipendenti a partire dagli anni ‘80 è stata infatti quella di estendere la propria offerta in termini di intrattenimento a tutto il territorio, anche a coloro che non soggiornassero direttamente in albergo. Penso ad esempio all’esperienza degli Hotel Music Bar di Miami Beach che hanno riposizionato un’intera area fino ad allora frequentata solo da pensionati ed oggi destinazione prediletta dai giovani!
La definizione di uno o più targets di riferimento è essenziale nelle attuali dinamiche di mercato, così come la scelta di investire nella creazione di alcuni spazi (i.e. sala tv, sala congressi, sale espositive, biblioteca, boutique, tennis, piscina, beauty farm, spa, golf, diving-center ecc..), in grado tanto di intercettare il target individuato quanto di fornire un surplus di valore all’azienda medesima. Ciò nonostante i servizi basilari di cui è composta un’azienda alberghiera sono quelli di accoglienza (reception, guardaroba, sale comuni, toilettes), pernottamento (alloggi: camere, suites, appartamenti) e di food&beverage (ristorazione, bar..). Questi rappresentano il “core”, il nucleo centrale attorno al quale costruire la propria offerta, ovvero la propria capacità di soddisfare le esigenze del consumatore ed attrarre nuovi clienti. Prima di tutto ottimizzandoli, rendendo cioè gli ambienti funzionali ed accattivanti al tempo stesso. Cominciamo quindi ad indagare uno spazio alla volta con la lente del servicescape!

La percezione degli ambienti
Come già anticipato sul numero precedente, col termine servicescape nel marketing turistico si è soliti indicare l’insieme delle scelte che creano un’atmosfera, facilitando l’esperienza del consumo e la fruizione degli spazi. E’ una disciplina che trae ispirazione dalla “Gestaltheorie”, ovvero dalla “teoria della forma” di matrice tedesca, in aggiunta ad altri saperi tipici della “psicologia della percezione”. La nostra mente infatti lavora secondo schemi prestabiliti, che sono in parte innati, in parte frutto dell’evoluzione umana. Gli evoluzionisti ritengono che l’intelligenza umana abbia la capacità di adattarsi alle situazioni, non solo di “sopravvivere” ma anche di “progettare”, a partire da un’intelligenza simbolica di base. E’ un po’ come se la parte di scimmia che è in noi e da cui discendiamo ci abbia fornito un bagaglio di idee, forme ed associazioni simboliche. Su quel sostrato di intelligenza non-mediata l’Homo Sapiens ha elaborato con l’esperienza (principio di causa-effetto), la memoria e la logica un insieme di saperi, idee e manufatti che non esistevano prima. Certi modi di funzionare della mente, che affondano le proprie radici appunto nella nostra natura primitiva, tendono a modificare la realtà: ci fanno percepire gli ambienti in maniera non-oggettiva, come se indossassimo delle lenti colorate o deformanti! Conoscere questi meccanismi mentali aiuta a migliorare gli spazi secondo le esigenze dell’utente. Si tratta di imparare un linguaggio particolare, fatto di associazioni sinestesiche tra colori, forme, suoni  ed emozioni.
La prima regola fondamentale da sapere è che il nostro cervello tende sempre a semplificare le cose, secondo la “legge del minimo sforzo”, e percepisce immediatamente forme semplici, regolari e simmetriche! Un ambiente viene connotato positivamente se immediatamente “capito” dall’occhio di chi lo abita, pertanto è consigliabile per questioni tanto funzionali quanto estetiche il ricorso a forme regolari (stanze con angoli retti dalla pianta rettangolare, quadrata o comunque centrale). Per lo stesso motivo, oltre che per mere questioni di sicurezza, si rende opportuno l’uso della segnaletica interna (accessi, porte di sicurezza, indicazione toilettes, planimetria del complesso in ogni stanza ecc..).

Il Colore
Di stratagemmi per modificare la percezione spaziale di un ambiente ve ne sono tre piuttosto efficaci: il posizionamento di specchi (soprattutto nel caso di spazi ristretti); il ricorso al “tromphe l’oeil” (lett. “inganna l’occhio”, sono dipinti su pareti cieche con fantasiose vedute bucoliche quali soggetti) ; infine la tinteggiatura delle superfici  con opportune campiture colorate.
Ad esempio un pavimento e mobilio di tonalità scure fanno sembrare più alta la stanza, mentre la predominanza di colori di pari intensità a terra e sulle pareti dilatano orizzontalmente lo spazio!
In tutte le culture fin dagli albori della storia, sono stati elaborati dei saperi “esoterici” (Kabbalha ebraica, Feng Shui cinese, Vastu indiano ecc..), custoditi e tramandati gelosamente da maestri, santoni e guaritori ai propri discepoli. La teoria del colore non fa eccezione al riguardo. Accanto alla tradizionale suddivisione in colori primari e secondari, colori caldi  e freddi, esiste infatti una consolidata prassi esperienziale per l’attribuzione di colori agli ambienti secondo le funzioni ospitate! Il colore è indispensabile alla vita, è parte della nostra eredità biologica e psicologica, irrompe in ogni momento del giorno (grazie ai fasci di luce) e penetra molto più a fondo di quanto non si pensi. Il bianco rende tutto uniforme ed equipotenziale, esaltando al contempo la forma ma dilatando le dimensioni. I colori caldi (gamma del rosso e giallo) sono indicati per luoghi dove stimolare l’azione e la conversazione, in particolare l’arancione e le terre favoriscono la digestione (sala ristorante); quelli freddi per il riposo, l’armonia e la tranquillità (verde, celeste - nelle camere e nei bagni) o per richiamare l’attenzione e stimolare le decisioni in maniera più sicura (gamma del blu - indicata per gli uffici). Nella tabella da me elaborata troverete il significato di ogni colore, il suo indice di riflessione e la sua possibile utilizzazione architettonica!

Musica in sala
Benché la vista fornisca l’80% delle informazioni, tutti i sensi sono implicati nella lettura di uno spazio: pensiamo all’olfatto e sopratutto all’udito!
Lo “stare bene" in un ambiente implica l’aumento della permanenza media del cliente, con un probabile consumo ed acquisto maggiore di generi: questo è strategico per la sala bar, forse un po’ meno per quella ristorante (qualora nelle tariffe sia già compreso il pasto)!
Di fronte a questo problema si può provare ad influenzare il comportamento degli avventori facendo ricorso alla filodiffusione. Gli studi dimostrano infatti che la musica lenta (musica classica) rende gradevole la sosta in un ambiente e lo arricchisce di una connotazione positiva, per contro l’uso di una musica dal ritmo più sostenuto favorisce il consumo veloce (è il caso tipico di cui si potrebbero servire quei ristoranti che non hanno abbastanza tavoli e lavorano per frequente turnazione)!

giovedì 21 aprile 2011

Progettare l’Ospitalità – Hotel Design Guidelines (parte prima)

 

Questo articolo venne pubblicato su Abitare all'Elba n.1 anno II gennaio 2010 

 

In questa rubrica affronterò argomenti specificamente legati al comparto turistico-ricettivo, elbano ed internazionale, con particolare attenzione alle più importanti innovazioni del settore. L'auspicio è quello di contribuire al miglioramento della qualità e del comfort offerti agli ospiti delle nostre strutture ed i visitatori della nostra isola, attraverso suggerimenti formulati nell'assoluto rispetto della tradizione dell'accoglienza italiana. L'abitare un luogo significa prima di tutto risiedervi, viverci, possederlo, capirlo, perpetuarne l'identità, conservarne i caratteri, contribuire a migliorarlo... Naturalmente l'albergo non è una abitazione nel senso stretto del termine, è piuttosto il suo contrario, poiché si presta all'utilizzo di una “popolazione nomade”- i turisti, che cercano di carpire i segreti di un territorio in un tempo molto ristretto. A maggior ragione credo che la dimensione alberghiera debba mantenere un forte radicamento con il territorio, la location in cui sorge, per poter fin da subito trasmettere al turista quel coacervo di tradizioni, folclore, immagine, cultura, identità che egli si aspetta di trovare. Per poter appagare il senso di un viaggio che ha visto premiare l'Elba rispetto ad altre destinazioni. E le strutture alberghiere elbane in gran parte già possiedono quel carattere particolare, che sono un valore aggiunto per la nostra isola. La parola chiave, che ogni esperto di marketing è solito consigliare, è proprio “differenziazione” o “segmentazione”. Credo sia superfluo ricordare inoltre che le aziende alberghiere siano piuttosto particolari poiché non possono essere de-localizzate: il turista sceglie una destinazione, un territorio, prima di optare per la singola struttura!

Lo scenario globale

Il prof. Attilio Celant preside della Facoltà di Economia della Sapienza di Roma, nella recente presentazione del portale Italyhotels di Federalberghi a Rimini (21 Novembre), ha individuato la presenza di fattori strutturali negativi per la competitività del comparto turistico-ricettivo italiano, al di là della crisi contingente: frammentazione del settore ed eterogeneità delle regole (il turismo è materia di competenza regionale e non nazionale!); infrastrutture inadeguate e costose; mancanza di una comunicazione e promozione efficace; presenza di aggravi fiscali tra cui l’IVA al 10% contro quella tedesca e spagnola che sono sul 6%. Il mercato si è modificato rapidamente ed oggi la maggior parte dei potenziali clienti usa la rete informatica per orientarsi nella scelta della destinazione turistica: in questo senso la rete è un ottimo mezzo, che attraverso i portali garantisce il superamento delle diseconomie di scala, ma che però finisce per dominare e diventare esso stesso un soggetto determinante, un “decisore” incontrollabile (pensiamo al fenomeno dei social network come facebook e twitter, ed ancora al caso Tripadvisor).

Lo scenario locale

Le stesse macroscopiche carenze italiane le possiamo riscontrare a livello locale dove ad oggi non è mai esistita una cabina di regia univoca per coordinare i progetti e la comunicazione tra i soggetti istituzionali (numero troppo elevato di municipalità).
In secondo luogo le principali infrastrutture, le porte di accesso all’isola, non sono state adeguatamente liberalizzate e potenziate. I costi eccessivi dei traghetti hanno tagliato fuori una importante fetta di mercato di turisti leisure fast-consumer, i giovani che spendendo poco si concedevano un weekend sull’isola. Non è un caso che i dati relativi alla costa toscana siano in netta controtendenza (molto positivi) rispetto a quelli isolani.
Come asserisce il sociologo prof. Guido Martinotti del Politecnico di Milano si tratta di attivare quel meccanismo virtuoso di attrazione di flussi che tenga conto dell’esistenza di quattro tipi di popolazioni: accanto alla popolazione residente (quella che vota e quindi l’unica che di solito viene presa in considerazione dagli amministratori), esiste infatti una popolazione di city-users articolata in: pendolari, turisti ed infine business-men. I servizi di trasporto sono il nocciolo centrale attorno a cui costruire la programmazione e lo sviluppo stesso di una realtà territoriale!

 

I numeri


Le strutture ricettive (alberghi ed rta) presenti sul territorio sono circa 200, distribuite in prevalenza sulla costa, nel settore meridionale (Campo nell’Elba e Capoliveri). Morfologicamente si tratta di strutture articolate su più edifici, che ben si inseriscono nei luoghi in cui sorgono: la maggior parte nascono dalla trasformazione di piccole aziende agricole e/o civili abitazioni con aggiunte successive di corpi. Le dimensioni sono in prevalenza medio-piccole con un numero medio di 77 posti letto a struttura (32 camere). Dallo studio redatto nel 2006 dal prof. Guercini, titolare della cattedra di marketing all’Università di Firenze, emerge un dato interessante: gli alberghi elbani necessitano di migliorarsi sotto il profilo dei servizi offerti, ottimizzando anche la propria redditività con l’aumento di camere (per coprire le spese legate alla realizzazione dei medesimi servizi), e nell’ammodernamento degli edifici, non sempre in linea con gli standard di categoria.
E’ ormai giunto il tempo di creare uno strumento urbanistico comune per le aziende, quel tanto auspicato piano comprensoriale degli alberghi, che tenga conto della continuità territoriale tra comuni e della garanzia di operare con pari condizioni di mercato, senza relegare alcuna struttura nelle “riserve indiane”. Le regole devono esistere e valere per tutti!

Disegnare l’Ospitalità


La buona architettura è un fattore positivo, di qualificazione per il territorio. L’architettura è da sempre un fattore di cambiamento nella percezione di un luogo, l’immagine di una intera città può modificarsi e divenire appetibile anche per un singolo intervento: pensiamo all’emblematico caso del Guggenheim di Frank O’Gehry a Bilbao!
Nella progettazione architettonica degli alberghi, sembra che le camere siano il punto di partenza per lo studio e la comprensione del processo evolutivo. In realtà una particolare evoluzione ha interessato tutte le aree comuni degli Hotel. Le hall degli alberghi, per esempio, si sono col tempo trasformate per ospitare al loro interno funzioni “altre” rispetto a quelle tradizionalmente contemplate e, negli ultimi anni, si propongono sempre più come spazi polivalenti aperti alla città. Naturalmente questa nuova concezione delle hall-lobby ha determinato un ripensamento totale nell’intera organizzazione planimetrica dell’hotel, non solo per il tipo di servizi offerti, ma anche e soprattutto per le caratteristiche spaziali e degli elementi d’arredo.
Questa sperimentazione è stata iniziata da piccoli alberghi nelle città occidentali durante gli anni ’80 per poi consolidarsi in tutto il mondo. Questi alberghi, chiamati design-hotels o art-hotels sono il risultato di una particolare attenzione e rielaborazione della tradizione del Grand Hotel e del mondo e della memoria che questo rappresenta, progettati per marchi con una forte consapevolezza progettuale da architetti come Jean Nouvel and E. Cattani, Philippe Starck, Andre Putmann, J.M.Wilmotte… Sono proprio questi alberghi “indipendenti”ad aver influenzato le grandi catene che, in tempi recenti, stanno sempre di più abbandonando la standardizzazione per aprirsi a progettazioni più sperimentali ed “uniche”. Tuttavia senza scomodare i grandi nomi, anche nel piccolo si può intervenire per migliorare la percezione estetica della nostra isola e delle nostre strutture ricettive.

Serviscape

Tutte quelle scelte che vanno ad influire nella creazione di una atmosfera e nell’erogazione dei servizi, con una ben definita strategia commerciale e di marketing, vengono definite “servicescape”. L’ambiente dove si svolge l’esperienza del consumo, con forte coinvolgimento del fruitore, può influire in maniera determinante per connotare positivamente il soggiorno. Su questo aspetto bisogna lavorare: sensazione di benessere e qualità vanno a braccetto. Pensiamo alla colorazione degli ambienti, alla loro articolazione e distribuzione spaziale, alla scelta del giusto sottofondo musicale… Niente va lasciato al caso: ogni angolo studiato per uno specifico risultato atteso!

sabato 9 aprile 2011

Evitiamo una sconfitta per la Città !

In prosecuzione col precedente post, questo pezzo fu pubblicato sulle colonne del settimanale Lisola nel mese di Novembre 2007, sempre per approfondire la questione "Gattaia"..



“Colui che non cerca di migliorare se stesso, ed il mondo nel quale vive, non è un uomo.”  Ridley Scott, Le Crociate

Qualche settimana fa ho firmato un articolo sulla storia della Gattaia, avanzando delle proposte in assoluta buona fede, all’oscuro dell’esistenza di un progetto preliminare, già affidato dall’amministrazione comunale. Alla presentazione del progetto, avvenuta ad articolo già in fase di stampa, ho partecipato cercando di portare elementi di contributo per un confronto costruttivo. Sento però di dover esporre meglio il mio pensiero. Scrivo animato dalla coscienza civica personale e credo di dare voce ad una posizione condivisa, lontano da ogni strumentalizzazione politica.
L’estetica nasce come “scienza della conoscenza sensibile”, fondata nel 1750 dal filosofo Baumgarten, maestro di Kant a Lipsia. Ogni persona forma il proprio senso estetico attraverso la percezione visiva degli oggetti che la circondano. Il bello ed il brutto sono categorie soggettive, si riferiscono ad un piacere disinteressato, al puro godimento di forme esteriori. Il “bello architettonico” però è qualcosa di diverso, è stato studiato nel corso dei secoli da Aristotele a Panowsky, dall’Alberti a Valery, da Croce ad Eco: equivale alla “conoscenza dell’idea compositiva” ed ha la sua fondatezza nel principio di coerenza funzionale.
Ciò vuol dire che una manufatto è bello se conserva la funzione per la quale è stato creato, qualora l’idea alla base della sua creazione risulti valida: Kant parla di “corrispondenza ad un certo uso”, tanto quanto Adorno di “erigere forme secondo scopi”. In seguito intervengono anche considerazioni di carattere morfologico, dimensionale, di testimonianza del passato e di pregio artistico. La concinnitas e l’harmonia di rinascimentale memoria, l’euritmia e la simmetria di Vitruviana derivazione.
Non è questo il caso della Gattaia: giustamente Taddeo Taddei Castelli rileva la pochezza estetica e l’assenza funzionale di detti manufatti, che finiscono per deturpare il bene storico vero, le Fortezze Medicee!
Queste “superfetazioni” già ora entrano in competizione con i retrostanti bastioni della Cornacchia.
Nel progetto di recupero addirittura si esalta questa competizione, attraverso l’aggiunta di un parapetto sul tetto piano(che non essendo praticabile, pare superflua). Mettiamo che esista una baraccopoli, lasciata al suo destino per cinquanta anni; un giorno si decide di trasformarla in giardino pubblico: forse non si procede, perché si trova in un luogo da tempo immemore? Non dimentichiamo che un bene è culturale quando risponde a tre requisiti: è un documento della storia; è testimone della creatività dell’uomo (quindi deve avere anche valore artistico); è fattore di civiltà e di educazione permanente. In precedenza ritenevo giusta la posizione di conservare gli immobili, esclusivamente per il loro valore storico, ora non ne sono più sicuro. Giuseppe Battaglini, storico e studioso di urbanistica locale, ha ricordato come l’andamento della Tenaglia della Fascine fosse diverso da quello attuale; come la costruzione di queste mura (assolutamente non rapportabili al rango di Bastione) sia successiva alla fondazione di Cosmopolis; come, infine, non sia rimasto niente dei materiali originari. A questo punto la domanda è lecita: cosa stiamo conservando, un manufatto oppure il “perimetro” di un manufatto, ovvero la pallida idea di quello che non c’è più? Non si parli a sproposito nemmeno di “archeologia industriale”: rientrano in questa categoria gli edifici che sono stati testimonianza del lavoro di una comunità! E’ il caso della Tonnara (scomparsa), non certo del deposito idrocarburi, in cui hanno operato unicamente i militari: l’impianto di pompaggio avrà avuto bisogno al massimo di un manutentore occasionale. Nel rispetto della professionalità, esperienza e sensibilità di chi ha ottenuto l’incarico di progettazione, lasciatemi però avanzare alcune considerazioni sulle soluzioni adottate, per quanto imposte da Enti terzi. L’operazione principale, per cui aveva senso recuperare l’area, era quella di creare un nuovo percorso come prosecuzione della Calata: ciò non avviene compiutamente, perché il deposito idrocarburi continua a frapporsi come ostacolo al passaggio; questo comporta un cammino articolato, a zig-zag. Infine sembra mancare la necessaria attenzione ai disabili (DPR n°503/1996): accanto alla “torre” ho notato la presenza di una scalinata, ma non di uno scivolo esterno con pendenza adeguata 8%.
E’ previsto un ascensore all’interno: il disabile sarà dunque costretto ad entrare nell’edificio, per salire sulla terrazza? Si è parlato di uno spazio dove ammirare la città al fresco e da posizione più elevata; eppure non sembra presente il benché minimo sistema di raffrescamento: non una pensilina, non un pergolato! Il sole insiste sul sito praticamente per tutto il giorno, inoltre le mura medicee fanno da volano termico: con la loro poderosa massa immagazzinano il calore, che restituiscono con forza a coloro che si trovino sulla terrazza.
Oltretutto l’Apt non troverebbe una collocazione consona alla propria immagine: si troverebbe rinchiusa nell’ennesimo scatolone autoreferenziale, senza finestre a sud, che vagamente ricorda un carcere. Disperati parlava di edificio moderno stile “Maison de France”, ma io non vedo né vetro né acciaio: francamente il paragone non regge! L’idea stessa che procedere per sottrazione di volumi, anziché per conservazione dei medesimi, non sia operazione qualificante o degna di concorso è profondamente errata: Mies Van der Rohe, maestro dell’architettura moderna, sosteneva “less is more” (il meno è il più).
Il rispetto verso il Bellucci ed il Camerini è un dovere assoluto: sotto il Cornacchino non può insistere un edificio di dimensioni ragguardevoli; si sente la necessità di un intervento soft, di corpi dalla silouette più bassa: quello che in composizione architettonica può apparire al massimo un “basamento”. Per quale ragione non si è pensato di ricavare gli uffici Apt in un unico volume a piano terra, dall’altezza contenuta di tre - quattro metri, facendo della copertura una nuova grande piazza? Nella premessa del Decreto Bersani del Dicembre 2006 si trova scritto: “L’opera d’architettura, ed in genere le trasformazioni fisiche dei territori, tendono a sopravvivere al loro ideatore, al loro costruttore, al loro proprietario e ai loro originari utenti. Per questo motivo sono di interesse generale e costituiscono un patrimonio della Comunità. La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell’opera progettuale e costituisce fondamento etico della professione. La società ha dunque interesse a garantire un contesto nel quale l’Architettura possa essere espressa al meglio, favorendo la formazione della coscienza civile dei suoi valori e la partecipazione dei cittadini alle decisioni concernenti i loro interessi.[…] Adottando nella realizzazione della singola opera e di ogni trasformazione fisica del territorio, le soluzioni tecniche e formali più adeguate ad assicurarne il massimo di qualità e durata, e il benessere fisico ed emozionale dei suoi utenti”. Dal canto suo il Mons. Ersilio Tonini, noto esponente della dottrina cattolica, sottolinea:“L’architetto non può essere un commerciante. Egli assiste l’accadere di qualche cosa che sa di incantagione. Che cosa significa incantagione? Vuol dire ancora qualche cosa che meriti stupore; un architetto che non senta stupore non può comunicarlo; stupore vuol dire lo svegliarsi dell’anima di fronte alle cose più grandi di noi […]”.
Tonini attribuisce un valore assieme “etico ed estetico” alla professione di architetto, posizione condivisa dallo psicanalista Luigi Zoja, il quale assicura che “il brutto è immorale. E’ una ferita all’anima, imposta continuamente sotto forma di paesaggi deteriorati ed edilizia sciatta e utilitarista. La via maestra per ritrovare la bellezza, esigenza archetipica dell’uomo, è abbandonare l’arroganza.”
Il progetto di recupero della Gattaia, presentato dal sindaco come una soluzione aperta a suggerimenti ed osservazioni, viene difeso da alcuni esponenti della maggioranza come un disegno concluso e definitivo: in tal caso sarebbe meglio procedere ad una manutenzione ordinaria degli immobili. Oppure chiamare l’artista Christo Javacev, per impacchettare tutta l’area con un telo bianco: operazione di denuncia ad alta visibilità internazionale e di sicura promozione turistica (naturalmente è una provocazione)! Certi progetti hanno bisogno di tempo, per essere portati avanti nella serenità di aver trovato la “migliore soluzione possibile” e la condivisione necessaria della cittadinanza. Non si fanno le cose in fretta perché ci sono i fondi, vincolati ad una operazione discutibile e nei fatti imposta. Ferme restando la necessità di dare un volto nuovo e pulito alla città ed il plauso per la sinergia degli enti coinvolti, l’architettura non può essere ricondotta a questioni meramente commerciali o economiche: gli enti pubblici devono perseguire il fine unico della qualità e del benessere! Continuo ad avere la convinzione che il concorso di idee sia la strada più giusta da percorrere.
Non è una questione di importi: se così fosse, non si sarebbe indetto il concorso internazionale ad inviti per il nuovo ingresso degli Uffizi a Firenze. La Gattaia non vale gli Uffizi, ma le retrostanti Fortificazioni Medicee non hanno forse dignità analoga? Non si vuole iscriverle come Patrimonio dell’Umanità Unesco? Il concorso di idee si bandisce ogni qual volta il progetto interessi un luogo complesso, di sedimentazione storica, di difficile caratterizzazione e soluzione morfologica. Anche a Piombino, per il progetto di una piazzetta (il cui importo è sicuramente esiguo), il primo cittadino ha indetto un  concorso, soggetto a votazione popolare.
Il sindaco Peria ha assicurato che se la città non vuole questo progetto, allora non si farà: resto in attesa che venga indetto un referendum… Non credo che forzare la mano sia una cosa intelligente e costruttiva. C’è il rischio di dover intervenire ancora sull’area tra pochi anni: non si tratta di una preclusione alla sua riqualificazione, quanto di evitare ulteriori ferite alla Città di Cosimo!

Un concorso di idee per la "Gattaia"?

Questo articolo mi valse l'editoriale in prima pagina sul settimanale Lisola nell'Ottobre del 2007.. sono passati più di tre anni da allora, ma il famigerato progetto Gattaia va avanti ed il pezzo credo rimanga di un'attualità impressionante! Sono iniziati da un anno i lavori di "recupero": nel frattempo il contenitore è stato quasi totalmente demolito. La domanda sorge spontanea a molti ferraiesi: la Soprintendenza di Pisa cosa intendeva conservare? Di quel che era è rimasto ben poco...


“ Cammina amico mio. Indugiare è da codardi.
   Restare per sempre a contemplare la Città del Passato è follia.
   Guarda, la città del futuro ti fa cenno…”
                                                   - Gibran Kahlil Gibran, La voce del maestro -


La prima volta che mi occupai degli immobili della cosiddetta Gattaia fu nel settembre del 2002, per sostenere l’esame di Disegno e Rilievo presso la Facoltà di Architettura di Firenze con il professor Marco Jaff. Nella primavera del medesimo anno l’amministrazione comunale (sindaco Ageno) aveva appena intrapreso l’iter di acquisizione del bene dalla Marina Militare, conclusosi nel gennaio di questo anno, ed uno studente come me intravide già allora tutte le potenzialità insite nella sua ri-progettazione.
A distanza di cinque anni si ripropone con forza la discussione sul recupero di questo vuoto urbano, che per la posizione logistica e strategica che occupa, si configura come naturale “nuova porta” della città. Addirittura una sorta di  “biglietto da visita”, per le lussuose imbarcazioni da crociera che sovente ormeggiano al molo dell’Alto Fondale.
Infatti quello che originariamente si chiamava “Tenaglia delle Fascine”, si colloca proprio alle porte della Darsena medicea, sotto il “Bastione del Cornacchino”, lungo via Vittorio Emanuele II, con un’area di sedime complessiva di circa 750 mq.  Naturalmente l’attuale denominazione deriva dallo stato di incuria e degrado che, progressivamente, hanno trasformato l’area in luogo preferito di rifugio e ristoro per gli amici felini.

Se ben ricordo Aulo Gasparri, profondo conoscitore di cose nostrane, arrivò ad ipotizzare dalle colonne de Lo Scoglio la costruzione di un moderno parcheggio multipiani, in luogo di quello che una volta, i più giovani non lo sanno, era stato l’Arsenale della Tonnara di Portoferraio (detto tecnicamente Marfaraggio). Certo l’idea era ardita, ma muoveva da considerazioni condivisibili su un problema concreto della città: la carenza di posti auto.
Il primo Marfaraggio di Portoferraio sorge per la verità nel Forte della Linguella attorno al 1600, ma già nei progetti lorenesi del 1744 viene prevista la realizzazione di un piazzale alla testata della Tenaglia delle Fascine, verso la darsena, “per il comodo di stendere gli attrezzi della Tonnara”. Nel 1750 si procede alla costruzione di una nuova cucina a ridosso del Cornacchino, mentre nel giugno del 1769 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo decide di realizzare addirittura un nuovo manufatto da ammorsare alle mura medicee.
L’edificio, sebbene poco utilizzato a seguito della costruzione nel 1775 del glorioso Marfaraggio dell’Enfola, resta in piedi fino al bombardamento degli Stukas tedeschi, in quel tragico 16 Settembre del 1943.

Dell'arsenale oggi non è rimasto più niente: si può appena avere la percezione di quelle che dovevano essere le sue esatte dimensioni, dalla lettura delle buche che ospitavano le travi di copertura, ancora evidenti sulle mura del Cornacchino.
All’interno è rimasta parte della scalinata di accesso al piano di imposta dell'edificio (circa due metri di dislivello) in tipico calcare rosa elbano (proveniente dalla cava di Punta Pina a Bagnaia). Nel dopoguerra una parte del costruito è stata oggetto di interventi discutibili in cemento armato ed adibita a deposito idrocarburi (per la trasformazione in energia elettrica), passando sotto la proprietà dell'Enel, mentre la rimanente parte è diventata zona off-limits demaniale, sino al recente acquisto comunale. Vorrei infine ricordare che Napoleone in persona (1814) fece costruire in loco una stalla per i cavalli ed il rimessaggio delle carrozze (verosimilmente posta dove attualmente sorgono i quattro portoni lignei).
Il sito ha quindi una sua “storia” ed un suo “valore” ,che giustamente la Soprintendenza dei beni di Pisa ha inteso salvaguardare, negando la totale demolizione degli immobili (come più volte richiesto dalle amministrazioni precedenti), anche se forse la città ne avrebbe guadagnato in estetica e funzionalità.
Ma veniamo al dunque: in questi giorni stiamo assistendo ad una accesa diatriba sull’opportunità di riqualificare l’area, con lo spostamento degli uffici dell’APT al suo interno. Il protocollo d’intesa tra le amministrazioni è già stato siglato e recentemente  approvato dal Consiglio Provinciale. L’idea appare buona, tanto più che le spese di recupero sarebbero interamente sostenute dalla Provincia: la città si troverebbe con un nuovo “contenitore culturale” a costo zero ed il degrado sarebbe sanato. Se l’operazione sotto il profilo economico è sostenibile (si parla di 450mila euro di investimento), il problema sulle funzioni che ospiterebbe detto contenitore è lungi dall’essere risolto!
L’ex sindaco Fratini e l’esponente della minoranza Giardini nei giorni scorsi hanno espresso, in tempi e modi distinti, agli organi di stampa la loro opinione favorevole alla possibilità di abbattere almeno le strutture non vincolate (in particolare il deposito idrocarburi in c.a. di forma cubica), come da accordo precedentemente raggiunto dal sindaco Ageno. Disperati, direttore dell’APT dal 2005, fresco di nomina a presidente del premio letterario Raffaello Brignetti, ha già in mente il suo progetto, sul dichiarato modello delle “Maison de France”. Egli parla di uno spazio moderno e polifunzionale, per l’esposizione di prodotti tipici, emeroteca, biblioteca, e proiezione di video multimediali, una terrazza che servirà da spazio polifunzionale per la città, uno o più spazi destinati a mostre sul territorio, oltre naturalmente agli uffici di promozione turistica con book-shop annesso e gli uffici amministrativi dell’APT (collocati nel deposito idrocarburi che il direttore chiama “torre”). Francamente sembra che siano previste troppe funzioni, ma soprattutto che esista già un progetto architettonico preliminare, portato avanti dagli uffici tecnici provinciali. Spero di sbagliarmi ma a questo punto, come giovane architetto elbano, mi sento in dovere di intervenire, con una critica che reputo costruttiva e che spero non venga letta come sterile polemica di parte. Nei maggiori Paesi Europei (Francia, Spagna, Regno Unito, Germania) si assiste alla assegnazione dei lavori pubblici attraverso il sistema dei  concorsi di idee, rivolti esclusivamente ai giovani. Questo perché da un lato sono la categoria più debole, da salvaguardare (esclusi dai giochi politici e dai sistemi corporativi e lobbistici),ma dall’altro anche la componente più creativa, e non di rado professionalmente preparata, della società. La mia proposta è semplice e nasce dalla pura constatazione che la qualità in architettura scaturisce dal confronto, anche acceso, e dalla partecipazione estesa. Perché l’amministrazione non bandisce un concorso di idee sulla Gattaia?
Perché non sfrutta le capacità e le risorse umane di cui dispone sul territorio, piuttosto che affidarsi a professionisti esterni? Ferme restando le funzioni di cui necessita l’amministrazione comunale e l’APT, perché non esplorare nuove idee?
La prima che mi viene in mente, ad esempio, è quella di creare un collegamento verticale con le fortezze retrostanti, prevedendo un ascensore esterno in vetro, con suggestiva vista sulla darsena medicea. Se si dà un’occhiata al Bastione del Cornacchino, si noterà infatti che esiste un percorso “cieco”, che si arresta appena sopra la scuola materna e che pare avere una vocazione ad uopo. 
Per una volta si proceda sulla strada della trasparenza, tracciata dalla legge quadro sui lavori pubblici, la Merloni (era il lontano 1994 e si respirava l’aria del cambiamento dopo Tangentopoli). Si dia una prova tangibile di apertura e si spezzino le catene della gerontocrazia, salvaguardando alla stessa maniera i principi  di democrazia partecipata.
Se Renzo Piano a trent’anni non avesse vinto il concorso per il Centro Pompidour, oggi non sarebbe diventato l’architetto bravo e celebre che è! Credo che al di là di ogni slogan, sarebbe opportuno indire un concorso internazionale, che renderebbe un servizio di maggior visibilità della città fuori dai confini isolani, con ricadute positive sul turismo.
A Montescudaio, è cosa di questi giorni, per il progetto di “Parco eolico” si è chiesto il parere della cittadinanza, attraverso lo strumento referendario, tanto per l’approvazione della proposta, quanto per la scelta del progetto vincitore. Analogamente il Comune potrebbe farsi promotore di una iniziativa del genere, chiamando una giuria di esperti, magari accademici, sicuramente super-partes. I progetti inoltre potrebbero essere raccolti per una successiva mostra, dove la popolazione direttamente prenderebbe visione delle proposte e le voterebbe. Questa è vera democrazia partecipata!
Penso ai casi eclatanti di Bilbao e Valencia: due piccoli paesi dalla tradizione marinara, che se non fosse stato per gli  interventi di Gehry e Calatrava, nessuno sarebbe andato a visitare. Oggi le grandi firme dell’architettura portano un indotto turistico ragguardevole, così come le opere audaci, moderne e ben realizzate (magari con i canoni della bioarchitettura, che è una necessità morale delle società contemporanee). 

mercoledì 6 aprile 2011

La centrale dell'Enel (parte prima)

Nel Novembre del 2004 scrissi il seguente articolo sulla Ex Centrale dell'Enel di Portoferraio, attualmente in fase di recupero per conto dell'attuale proprietario Pirelli, pubblicato sul quindicinale Corriere Elbano diretto dal dottor Massimo Scelza.

L'anno passato, nel sostenere l'esame di restauro con il prof. Maurizio De Vita presso la Facoltà di Architettura di Firenze, mi sono trovato a toccare con mano, non solo metaforicamente, un pezzo consistente della nostra storia locale. Mi riferisco al periodo che inizia nel 1900, quando Portoferraio diventa un polo di attrazione ed è al centro di un consistente movimento immigratorio, a seguito della costruzione del primo altiforno a coke per la produzione di ghisa in Italia, e si conclude nel 1948, con la cessazione dell'attività siderurgica in luogo del potenziamento dei centri di Piombino, Bagnoli e Cornigliano (piano di riordino Sinigaglia-Italsider).
Nel 1899 si costituisce la Società Elba, tra gli azionisti spiccano i nomi degli isolani Del Buono e Tonietti, che inizia i lavori di costruzione dello stabilimento siderurgico di Portoferraio, estendendosi su di un'area di circa 730.000 mq., occupata un tempo dalle saline di S.Rocco. La costruzione del nuovo complesso viene affidata al tecnico tedesco Fritz W. Lurmann e comprende principalmente: 2 altiforni dell’altezza di 20 m, provvisti di montacarichi e di 4 apparecchi Cowper per il riscaldamento dell’aria da iniettare; un impianto per la depurazione del gas dell'altoforno, per alimentare le caldaie a vapore e i motori a gas; un impianto di pompe e serbatoi d' acqua salata per il raffreddamento degli altiforni; un pontile metallico per l’attracco dei piroscafi; una rete di binari per il trasporto interno; infine una centrale macchine contenente soffianti per gli altiforni e macchine a vapore per l’energia elettrica occorrente.


Il complesso subisce un ampliamento già nel 1906 con l'aggiunta di un terzo altiforno, una nuova centrale elettrica e l'acciaieria Bessemer, e nel 1911 passa sotto la gestione del Consorzio Ilva. Alterne vicissitudini portano alla chiusura definitiva dello stabilimento verso la metà del novecento: tra le cause principali lo stato di obsolescenza generale in cui versano gli impianti, acuìto dai gravi danni subiti col bombardamento del '43. Del complesso siderurgico dell'Ilva oggi rimangono pochi segni tangibili sul territorio: l'edificio della Cementeria, sorto negli anni trenta per il recupero dei materiali di scarto delle lavorazioni (la loppa), l'edificio Coppedé che ospitava gli uffici amministrativi e direzionali, ed infine la vecchia Centrale macchine, convertita in centrale elettrica negli anni '50 ad uso e consumo della S.E.D.E.(società elettrica dell'elba), in seguito acquisita dalla S.T.E. (società termoelettrica elbana) ed infine dall'Enel. Quest'ultimo manufatto è situato in una posizione dominante sull'intera area portuale, ad una quota di 9 mt. sul livello del mare. Al suo interno si conservano intatte le 17 capriate metalliche -modello inglese-, con luci di 25 metri ciascuna, che sostengono la copertura. Nonostante il prospetto sul fronte d'acqua sia quasi interamente ostruito dalla collina su cui un tempo sorgeva il Forte Saint Cloud, l'edificio riveste vocazioni speculative sicuramente non indifferenti per la volumetria di cui è dotato (circa 25.000 mc fuori terra + 4.500 mc interrati). A questo proposito vale la pena ricordare che l'edificio è comunque sottoposto a vincolo di tutela dal 1990 come reperto di "archeologia industriale", secondo la legge 1089/39 (ora D.Lgs.vo 490/99).

La questione delle aree industriali dismesse è un fenomeno tipico di questo ultimo decennio, tutte le città da Londra a Milano cercano di "rifarsi il trucco" attraverso operazioni di recupero urbano in grado di innescare nuovi processi economici, con positive ricadute sul benessere dei cittadini.
I piani urbanistici di prima generazione svolgevano il mero compito di controllare lo sviluppo urbano secondo criteri di zonizzazione, negli anni sessanta l'urbanistica si rivolge piuttosto verso le necessità di espansione nel territorio (piani particolareggiati, edilizia economica popolare..) e nascono le periferie-dormitorio, sul finire degli anni ottanta si assiste infine alla nascita di una nuova attenzione verso la qualità della vita nei centri urbani. E' un fiorire di strumenti urbanistici volti al recupero dei vuoti urbani, così denominati perché ormai privi delle funzioni per cui erano stati creati, ma in realtà pieni di manufatti (PI, PRU, PRI, Prusst etc...).

Osservando gli interventi di recupero ad oggi effettuati in Italia emergono diversi aspetti: la maggior parte dei progetti versano in fase di stallo per la mancanza di adeguati strumenti urbanistici, per miopia politica, rimbalzi di competenze, mancanza di confronto a più livelli, scelta di funzioni non qualificate, ma soprattutto carenza di finanziamenti a fronte dei quali è auspicabile il ricorso a capitali misti, l'apertura di tavoli di concertazione che indirizzino l'azione dei privati a scopi pubblici. Ciò che rende un intervento di riconversione ben riuscito non è la quantità di spazi utilizzati, il numero di funzioni immesse, bensì la qualità delle funzioni prescelte. La formazione è senza dubbio una scelta di qualità. Da queste considerazioni è nata la mia proposta. Assecondato da un docente interessato al restauro del moderno e segnatamente ai temi di archeologia industriale, ho rilevato l'edificio in questione (Centrale Enel), ne ho studiato la storia ed infine ho sommariamente progettato al suo interno una scuola di yacht design. Ho immaginato un centro universitario sull'isola(se ne sta parlando da tempo), ho immaginato un corso di laurea triennale, alcuni giovani che decidono di dedicarsi alla progettazione di barche a vela, una economia che si muove, evolve, non è più legata al solo turismo. Di solito la prima idea non è mai la migliore, in definitiva il progetto è solo un pretesto, non è certamente definitivo, né pretende di esserlo: si è trattato di un esame, però ha creato uno scenario credibile, realizzabile. Accanto a questa proposta trovano cittadinanza altre mille ipotesi: cosa serve davvero alla nostra comunità?