mercoledì 6 aprile 2011

La centrale dell'Enel (parte prima)

Nel Novembre del 2004 scrissi il seguente articolo sulla Ex Centrale dell'Enel di Portoferraio, attualmente in fase di recupero per conto dell'attuale proprietario Pirelli, pubblicato sul quindicinale Corriere Elbano diretto dal dottor Massimo Scelza.

L'anno passato, nel sostenere l'esame di restauro con il prof. Maurizio De Vita presso la Facoltà di Architettura di Firenze, mi sono trovato a toccare con mano, non solo metaforicamente, un pezzo consistente della nostra storia locale. Mi riferisco al periodo che inizia nel 1900, quando Portoferraio diventa un polo di attrazione ed è al centro di un consistente movimento immigratorio, a seguito della costruzione del primo altiforno a coke per la produzione di ghisa in Italia, e si conclude nel 1948, con la cessazione dell'attività siderurgica in luogo del potenziamento dei centri di Piombino, Bagnoli e Cornigliano (piano di riordino Sinigaglia-Italsider).
Nel 1899 si costituisce la Società Elba, tra gli azionisti spiccano i nomi degli isolani Del Buono e Tonietti, che inizia i lavori di costruzione dello stabilimento siderurgico di Portoferraio, estendendosi su di un'area di circa 730.000 mq., occupata un tempo dalle saline di S.Rocco. La costruzione del nuovo complesso viene affidata al tecnico tedesco Fritz W. Lurmann e comprende principalmente: 2 altiforni dell’altezza di 20 m, provvisti di montacarichi e di 4 apparecchi Cowper per il riscaldamento dell’aria da iniettare; un impianto per la depurazione del gas dell'altoforno, per alimentare le caldaie a vapore e i motori a gas; un impianto di pompe e serbatoi d' acqua salata per il raffreddamento degli altiforni; un pontile metallico per l’attracco dei piroscafi; una rete di binari per il trasporto interno; infine una centrale macchine contenente soffianti per gli altiforni e macchine a vapore per l’energia elettrica occorrente.


Il complesso subisce un ampliamento già nel 1906 con l'aggiunta di un terzo altiforno, una nuova centrale elettrica e l'acciaieria Bessemer, e nel 1911 passa sotto la gestione del Consorzio Ilva. Alterne vicissitudini portano alla chiusura definitiva dello stabilimento verso la metà del novecento: tra le cause principali lo stato di obsolescenza generale in cui versano gli impianti, acuìto dai gravi danni subiti col bombardamento del '43. Del complesso siderurgico dell'Ilva oggi rimangono pochi segni tangibili sul territorio: l'edificio della Cementeria, sorto negli anni trenta per il recupero dei materiali di scarto delle lavorazioni (la loppa), l'edificio Coppedé che ospitava gli uffici amministrativi e direzionali, ed infine la vecchia Centrale macchine, convertita in centrale elettrica negli anni '50 ad uso e consumo della S.E.D.E.(società elettrica dell'elba), in seguito acquisita dalla S.T.E. (società termoelettrica elbana) ed infine dall'Enel. Quest'ultimo manufatto è situato in una posizione dominante sull'intera area portuale, ad una quota di 9 mt. sul livello del mare. Al suo interno si conservano intatte le 17 capriate metalliche -modello inglese-, con luci di 25 metri ciascuna, che sostengono la copertura. Nonostante il prospetto sul fronte d'acqua sia quasi interamente ostruito dalla collina su cui un tempo sorgeva il Forte Saint Cloud, l'edificio riveste vocazioni speculative sicuramente non indifferenti per la volumetria di cui è dotato (circa 25.000 mc fuori terra + 4.500 mc interrati). A questo proposito vale la pena ricordare che l'edificio è comunque sottoposto a vincolo di tutela dal 1990 come reperto di "archeologia industriale", secondo la legge 1089/39 (ora D.Lgs.vo 490/99).

La questione delle aree industriali dismesse è un fenomeno tipico di questo ultimo decennio, tutte le città da Londra a Milano cercano di "rifarsi il trucco" attraverso operazioni di recupero urbano in grado di innescare nuovi processi economici, con positive ricadute sul benessere dei cittadini.
I piani urbanistici di prima generazione svolgevano il mero compito di controllare lo sviluppo urbano secondo criteri di zonizzazione, negli anni sessanta l'urbanistica si rivolge piuttosto verso le necessità di espansione nel territorio (piani particolareggiati, edilizia economica popolare..) e nascono le periferie-dormitorio, sul finire degli anni ottanta si assiste infine alla nascita di una nuova attenzione verso la qualità della vita nei centri urbani. E' un fiorire di strumenti urbanistici volti al recupero dei vuoti urbani, così denominati perché ormai privi delle funzioni per cui erano stati creati, ma in realtà pieni di manufatti (PI, PRU, PRI, Prusst etc...).

Osservando gli interventi di recupero ad oggi effettuati in Italia emergono diversi aspetti: la maggior parte dei progetti versano in fase di stallo per la mancanza di adeguati strumenti urbanistici, per miopia politica, rimbalzi di competenze, mancanza di confronto a più livelli, scelta di funzioni non qualificate, ma soprattutto carenza di finanziamenti a fronte dei quali è auspicabile il ricorso a capitali misti, l'apertura di tavoli di concertazione che indirizzino l'azione dei privati a scopi pubblici. Ciò che rende un intervento di riconversione ben riuscito non è la quantità di spazi utilizzati, il numero di funzioni immesse, bensì la qualità delle funzioni prescelte. La formazione è senza dubbio una scelta di qualità. Da queste considerazioni è nata la mia proposta. Assecondato da un docente interessato al restauro del moderno e segnatamente ai temi di archeologia industriale, ho rilevato l'edificio in questione (Centrale Enel), ne ho studiato la storia ed infine ho sommariamente progettato al suo interno una scuola di yacht design. Ho immaginato un centro universitario sull'isola(se ne sta parlando da tempo), ho immaginato un corso di laurea triennale, alcuni giovani che decidono di dedicarsi alla progettazione di barche a vela, una economia che si muove, evolve, non è più legata al solo turismo. Di solito la prima idea non è mai la migliore, in definitiva il progetto è solo un pretesto, non è certamente definitivo, né pretende di esserlo: si è trattato di un esame, però ha creato uno scenario credibile, realizzabile. Accanto a questa proposta trovano cittadinanza altre mille ipotesi: cosa serve davvero alla nostra comunità?

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